Campionessa di nuoto e poi diva di Hollywood. È morta a 91 anni

È morta la sirena. Esther Williams, diva anfibia nata l’8 agosto non si sa bene se del ’21, ’22 o ’23, ha traversato zampillando a stile libero, a rana, a crawl, un barocco decennio di cinema Usa ’45-’55: era la pianta tropicale del musical acquatico della Metro. Quelli che oggi non nuotano più la ricordano bene apparire sorridente fra le acque azzurre dei technicolor sentimentali in cui si tuffava con attorno le sue ancelle nelle coreografie caleidoscopiche, giochi d’acqua, zampilli, cascatelle, tuffi e riusciva a stare sott’acqua fino a tre minuti, lasciando letteralmente senza fiato i suoi partner.
Busby Berkeley, quando dirigeva oltre che coreografare, come nella Ninfa degli antipodi, chiedeva l’impossibile per realizzare le sue meravigliose geometrie umane di gambe e volti, la faceva gettare in mare aperto col vento da un trapezio a 30 metri d’altezza fra gruppi di surfisti e boys su sci d’acqua . I maligni dicevano che la Williams era una diva solo se bagnata, ma alcuni suoi film furono campionissimi (era popolare come Betty Grable, Lana Turner e Doris Day). Fu lanciata dal terzo titolo nel ’44, Bellezze al bagno di George Sidney col comico Red Skelton e la colonna sonora di Harry James e Xavier Cugat, si canticchiava Tico Tico ti. Il successo raddoppiò nel ’49 con Facciamo il tifo insieme di Berkeley (il ruolo meno “nuotato”) con due giocatori di baseball che se la contendono, Sinatra e Gene Kelly.
E poi altri musical in costume da bagno dove s’inventava numeri ginnici uscendo dall’acqua sempre con un sorriso cinemascopico e tanti denti, dalla Figlia di Nettuno alla Ninfa degli Antipodi, e poi Fatta per amare, Nebbia sulla Manica, Annibale e la vestale con Howard Keel, irresistibile ascesa verso il kitch, quasi sempre la stessa storia con largo spazio per le sue bracciate da campionessa e numeri rivistaioli di uscita dalle acque. Certo, fu una carriera pittoresca e particolare (lei nuotava come Sonia Henie pattinava), lasciata senza rimpianti più di una volta da una bella ragazza sportiva californiana che aveva sempre dichiarato di non saper recitare e che quasi svenne al primo provino fra le braccia di Clark Gable.
Se non fosse scoppiata la guerra, mrs. Esther, gambe lunghissime, forme sode, sedere non vistoso, nuotatrice fin dalla nascita, sarebbe diventata olimpionica nel ’40 a Helsinki, dopo essere stata campionessa Usa. Dovette accontentarsi degli show acquatici a 40 dollari la settimana in cui volteggiava accanto al giovane Johnny Weissmuller, che poi avrebbe fatto Tarzan, una volta uscito dall’acqua. Sensibile al fascino maschile e pronta a fare la moglie col Martini in mano ebbe tre volte l’ebbrezza di un marito: prima il cantante Ben Gage, da cui ebbe tre figli; poi l’attore argentino Fernando Lamas, seducente maschio latino conosciuto sul set, con cui divise 22 anni di vita, in top secret, lasciando la cuffia, il pudico costume a gambaletto; infine il dirigente sportivo Edward Bell.
Scrisse anche un’autobiografia in cui parlava di drammi, stupri, incesti eccetera, ma Hollywood è mito. Era simpatica. Quando venne a Milano nel ’98, ospite in tv di Paolo Limiti, era una matrona affarista e igienista, accanita non fumatrice, con un ginocchio operato che suonava al metal detector dell’areoporto. Parlava della sua azienda di costumi da bagno, quarta nelle vendite in Usa, delle piscine che ha fabbricato, delle ricette imparate in Italia al seguito del coniuge Lamas, per cui cucinava cenette: all star. Vizi gastronomico-operistici: «Ho imparato» diceva «ad amare la vostra cucina e la vostra musica, ossobuchi e Barolo, Puccini o lo stufato col brodo. Lo sa come si fa? Ci vuole un bel pezzo di carne e dodici verdure intorno. E alla fine Fernando diceva: questa cena vi è stata servita da una sirena da un milione di dollari: era il titolo di un film».
Bei tempi. Bei muscoli. Bel cinema. La Williams fu per 11 anni la diva della MGM, regno delle donne, ma non ebbe proposte indecenti dal boss Louis B. Mayer, noto sottaniere: «Venne a vedermi a San Francisco in Acquacade e mi scritturò. Ma era piccolo, mi arrivava al seno e si vede che si accontentava del bel panorama». Una vita in acqua, si esercitava tutti i giorni, entrava in piscina alle 9 del mattino fino alle 18: recitava gocciolante le solite battute e il rischio era che diventasse una donna pesce. Insegnò lo sport anche ai bambini ciechi e per tutta la vita fu ossessionata dalla domanda che le veniva rivolta ovunque e comunque: se faceva ancora sport. Tanto che lei, spiritosa, lo fece scrivere sui biglietti da visita: «Esther Williams, che nuota ancora».


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