di Fausta Genziana Le Piane

Ben vengano film e libri che mettono in luce il talento delle donne e che riportino all’attualità figure del passato dimenticate o addirittura mai conosciute.
E’ il caso del film intitolato “Agorà” dedicato all’astronoma e filosofa Ipazia che visse ad Alessandria d’Egitto nel 391 A.C. Di questo film si è abbondantemente parlato e si parla. Non è delle scoperte di Ipazia che desidero parlare, né dei suoi ragionamenti: il web ne è pieno.
Prima di tutto la regia: è di Alejandro Amenabar che già diresse i bellissimI “Mare dentro” e “The others”, un regista insomma che va a cercarsi tematiche e storie ispide su cui riflettere.
Gli attori poi tutti bravissimi e molto convincenti, a cominciare naturalmente da Rachel Weisz che ha il ruolo di Ipazia, Ipazia che spiega, perdona, si intestardisce, insegna la fratellanza (ci sono più cose che ci uniscono di quelle che ci dividono), comprende, non rinuncia, che allontana gli uomini…Ipazia rinuncia alla felicità con un uomo, alla famiglia, ai figli…Lei ha lo sguardo altrove, alle stelle, all’Universo ed ecco perché l’immagine fuori dalla terra, che mostra il Cosmo ritorna tante volte e chiude il film: il cerchio domina i cieli. E Ipazia cerca il centro di gravità
Max Minghella non poteva interpretare meglio il ruolo dello schiavo Davo, che vede nel Cristianesimo la realizzazione della sua libertà. L’attore si immedesima nel ruolo: non poteva essere più devoto, più silenziosamente innamorato della sua padrona da regalarle una morte onorevole (bellissima scena).
Infine l’impetuoso, arguto e privilegiato, anch’egli devoto, Oreste che ribellarsi alle richieste di Cirillo perché su tutto emerge la lezione di responsabilità e libertà che Ipazia ha saputo impartire ai suoi allievi. Valore di un insegnamento oggi del tutto perso, valore di un costruttivo rapporto allievo-insegnante oggi del tutto perso. Valore della cultura e dei libri che la protagonista difende fino alla morte: anche questo perso…Viene in mente il film “Fahreneit 451” del 1966 diretto da François Truffaut e tratto dal romanzo di Ray Bradbury, in cui i libri, giudicati sovversivi, sono bruciati perché rendono la vita triste.
Spazia deve la sua libertà al padre, anch’egli studioso, col quale collabora ininterrottamente fino alla morte, che l’ascolta e vuole che sia libera…”Ma io sono libera” gli replica la figlia.
Si può ubbidire ad una donna? C’è da chiederselo anche oggi. No, dunque Ipazia, che è ascoltata e rispettata, che è consultata per dare pareri, è giudicata strega ed empia e un mondo di uomini la condanna a morte.

Fausta Genziana Le Piane

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