“Noi artisti del secolo ventesimo, dobbiamo sapere che non possiamo evadere dalla miseria comune, e che l’unica nostra giustificazione è quella di parlare per coloro che non possono farlo, in una misura adeguata ai nostri mezzi.
Dobbiamo farlo per tutti coloro che soffrono in questo momento, quali che siano le grandezze passate o future degli Stati o dei partiti che li opprimono; per l’artista non ci sono boia preferenziali.
Per questo motivo la bellezza, anche oggi, soprattutto oggi, non può servire nessun partito; essa è al servizio del dolore e della libertà degli esseri umani.
Si può considerare impegnato solamente l’artista che non rifiuta la lotta, ma rifiuta di unirsi agli eserciti regolari; il cecchino.
La lezione che l’artista trova nella bellezza, se la considera onestamente, non è una lezione di egoismo, ma di dura fratellanza.
L’artista avanza sul crinale fra due abissi, la frivolezza e la propaganda. Su questo crinale ogni passo è un’avventura, un rischio estremo. Tuttavia è proprio in questo rischio che consiste la libertà dell’arte. Libertà difficile, che rassomiglia piuttosto ad una disciplina ascetica.”
Questo passo è liberamente tradotto e adattato dal famoso “Discorso di Svezia” che Albert Camus pronunciò in occasione dell’attribuzione del premio Nobel per la letteratura.
Le sue riflessioni sono valide anche oggi, in linea di principio, ma i tempi sono cambiati, perchè è cambiata la scena internazionale della politica.
L’epoca nella quale Albert Camus visse era quella del “bianco e nero”, degli scontri frontali. Era ancora vivo nella popolazione media il senso dell’appartenenza, il riferimento sicuro a dei sistemi di valori.
Oggi, lo scontro frontale esiste ancora; é quello che oppone il mondo islamico al mondo occidentale, ma, nella coscienza individuale, appare lontano e sfocato. Più vicini e più visibili appaiono invece conflitti che investono l'”incolumità personale” in termini di interessi economici, lavoro, beni di consumo, tempo libero, evasione. E l’arte, molto spesso, in tutte le sue forme, suggerisce volta per volta messaggi contradditori: narcisismo, evasione fantastica, denuncia sociale, erotismo gratuito, mostruosità, paure, frustrazioni.
Nella maggior parte dei casi l’artista “si esprime”, oppure esprime il suo rapporto più o meno conflittuale con la realtà.
Dove sono i grandi maestri, portatori di messaggi universalmente validi?
Antonia Chimenti

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