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(e ci piace)

sd - BASTA 
 SUPER DONNE

E se ci stessimo sbagliando? Se non avessero ragione, dopotutto, le Sheryl Sandberg e Anne-Marie Slaughter del «Fatevi avanti», del «Yes, you can», del «Le donne possono avere tutto e contemporaneamente»? Se la via alla realizzazione femminile fosse un’altra, e meno massacrante? Perché, mentre ormai non passa giorno che una donna venga nominata capo di qualcosa (ultime in ordine di tempo Janet Yellen alla Federal Reserve, la persona più potente dell’economia mondiale, e Angela Ahrendts alla guida degli strategici Apple Store); se sono donne il consigliere di Obama per l’antiterrorismo (Lisa Monaco) e la sicurezza nazionale (Susan Rice), e il numero uno dei servizi segreti (Julia Pierson); mentre tutto, insomma, ci dice che è il nostro momento, che dobbiamo stringere i denti e carpe diem, a farsi avanti è anche un controcanto di donne che confessano: «Sai che c’è? Non sono così ambiziosa, e mi sta bene»; «Mi fermo. Non devo necessariamente avere tutto». Donne dalla vita in apparenza invidiabile, mariti perfetti, figli perfetti, carriere perfette, che in pausa pranzo piangono nel bagno dell’executive suite.
Ercoline sempre in piedi che ripetono «Non fa male» e «Competition, competition», e passano la notte a condannarsi per non essere riuscite a diventare, a 33 anni, amministratore delegato. Madri come l’attrice Sandra Bullock, che ammette: «Sono divorata dall’ansia e dai sensi di colpa. Ogni secondo di ogni giorno mi chiedo, “Ho fatto abbastanza?”. Secondo l’American Psychology Association, il 37% delle donne che lavorano si dice «regolarmente stressata» e il 49% denuncia livelli di stress sempre più alti (contro il 39% degli uomini). Per l’International Journal of General Medicine, sempre più donne tra i 40 e i 60 anni soffrono di patologie legate allo stress. E se il 70% delle 21-34enni si considera smart (contro il 54% dei maschi), la pressione per eccellere è così elevata che il 29% è «esausta». Insomma, non è che tutti questi sforzi per essere felici stiano creando generazioni di ragazze infelicissime?
Da qualche settimana queste donne hanno una portavoce insospettabile. Debora Spar, economista 49enne, madre di tre figli e consigliere di amministrazione di Goldman Sachs, ma soprattutto presidente del Barnard College, una delle più prestigiose università femminili d’America, avanguardia della parità di genere e del pensiero «femmina». Che ha scritto un libro esplosivo sui falsi miti del femminismo: Wonder Women: Sex, Power and the Quest for Perfection. «La mia generazione ha sbagliato. Ha interpretato le conquiste femministe come una via alla perfezione. Visto che oggi possiamo fare tutto, ci siamo convinte di dover far tutto. Ma la donna perfetta, quella che ha tutto, non esiste». Un equivoco, insomma. Di cui Spar si è resa conto un giorno di qualche anno fa, mentre, cinque settimane dopo il parto, si tirava il latte nel bagno di un aeroporto. «Correndo da un meeting all’altro, insonne da giorni, vivevo il sogno (incubo) della superdonna». Come tante americane della sua generazione, Spar, che è stata anche preside associato della Harvard Business School,
«unica femmina in una stanza di maschi alfa», era cresciuta «nella convinzione di essere uguale a un uomo». Ma quando, cinque anni fa, è diventata presidente di Barnard, ha osservato da vicino le leader di domani. E le ha viste «stordite. Perché costrette a fronteggiare aspettative insostenibili. Quelle di cui la società ci ha caricate per secoli più le opportunità create dal femminismo. Che invece era nato proprio per rimuovere certe aspettative».
È l’impossibile standard dell’essere Nigelle ai fornelli e astrofisiche da Nobel, top manager con misure da top model: una corsa al massacro che inizia nell’infanzia e non finisce più. Perché sappiamo di dover sbatterci il doppio per ottenere la metà. Vero: il lamento, per così dire, è ciclico. Dieci anni fa, negli Usa, aveva preso piede la Opt-Out Revolution, un movimento di donne che mollavano la carriera a un soffio dalla vetta per dedicarsi alla famiglia. Ma non si può non rabbrividire mentre Spar elenca gli standard irrealizzabili della lavoratrice odierna. Come quello della «cuoca perfetta».
«Per servire un pollo arrosto», nota, «le nostre nonne cucinavano per ore. Oggi che il pollo arriva in forma di McNuggets dovremmo risparmiare molto tempo. E invece no. Tornate a casa ci fiondiamo in cucina per cuocere al vapore le zucchine che abbiamo coltivato nell’orto, condendole con olio d’oliva organico scovato chissà dove. Molto più smart mia madre, che da una lattina tira fuori uno squisito polpettone». E ancora: la mamma perfetta, la manager perfetta, la moglie perfetta. E va da sé dobbiamo essere tutte queste cose senza versare una goccia di sudore. Con ascelle perfettamente depilate, idratate, profumate. «Ma non si può fare tutto. Solo Wonder Woman può, perché è un fumetto». Insomma, smettiamola finché siamo in tempo. Tanto più che gli uomini sono tutt’altro che perfetti, e se ne fregano. «Basta sensi di colpa, impariamo da loro a priorizzare. E puntiamo a essere soddisfatte, non perfette». «Satisfice» è il termine che usa (da «satisfy» e «suffice»), concetto mutuato dall’economia che indica il perseguimento non del risultato ottimale, ma del migliore possibile. Che forse non è affatto male. (28-10-13, Costanza Rizzacasa d’Orsogna)

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