di Antonia Chimenti
Il recente episodio della bocciatura dell’emendamento governativo sulle quote di presenze femminili nelle Istituzioni politiche conferma come una buona parte dell’Italia sia ancora attestata in una posizione di grande arretratezza morale, culturale, civile.
Morale, perché la posizione di potere non giustifica l’arbitrio di decisioni ingiuste e lesive della dignità della persona.
Culturale, perché le più elevate personalità della cultura internazionale hanno da secoli affermato nei loro studi -su datti di fatto oggettivamente verificabili- il superamento di pregiudizi arcaici su una pretesa inferiorità femminile nell’espletamento di funzioni pubbliche.
Le loro affermazioni teoriche (penso a John Stuart Mill (1), ad esempio) hanno trovato puntuale conferma nella realtà storica e politica di tanti Paesi, dove la donna ha assunto anche posizioni egemoniche.
Civile, perché questo episodio vanifica secoli di conquiste.
Le strade per risolvere questo problema sono due: la petizione al Presidente della Repubblica e l’acquisizione di una maggiore consapevolezza del ruolo civile da interpretare nella società.
Questa consapevolezza deve accomunare le donne al potere e tutte le altre.
Il “riflusso” nelle posizioni passive è pericoloso.
(1) John Stuart Mill ![]()

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