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da Letteratura canadese e altre culture a cura di Egidio Marchese

Caterina Edwards ha publicato una commedia, Homeground (Guernica Editions, 1990), un romanzo, The Lion’s Mouth (Guernica Editions, 1993), due novelle, Winter Shade of Pale / Becoming Emma (NewWest, 1992), una raccolta di racconti, The Island of the Nightingales (Guernica Editions, 2000), ed è stata co-curatrice di due antologie di saggi, Eating Apples (NewWest, 1994) e Wrestling with the Angel (Red Deer Press, 2000). Attualmente lavora su un libro di narrativa e ha un romanzo, The Sicilian Wife (La moglie siciliana), in attesa di una redazione finale. Vive a Edmonton in Alberta, Canada con il marito siciliano e due figlie.*

Caterina Edwards has published a play, Homeground (Guernica Editions, 1990), a novel, The Lion’s Mouth (Guernica Editions, 1993), two novellas, Winter Shade of Pale / Becoming Emma (NewWest, 1992), a collection of short stories, The Island of the Nightingales (Guernica Editions, 2000), and has co-edited two essay collections, Eating Apples (NewWest, 1994) and Wrestling with the Angel (Red Deer Press, 2000). Se is currently working on a book of creative non-fiction and has a novel, The Sicilian Wife, waiting for a final draft. She lives in Edmonton, Alberta, Canada with her Sicilian husband and their children.*

LA VITA ETERNA*
(traduzione di Egidio Marchese – segue sotto la versione inglese)

“Signora, c’è qualcosa che non va?”
Quando Margherira raggiunse la tavola, lasciò il bastone e si mise in posizione, con una mano sulla tavola e l’altra con la palma girata davanti sulla fronte, di modo che l’intera manica nera le incorniciava la faccia. “C’è qualcosa che non va? Quando mai c’è qualcosa che va?” La sua voce era gentile e giovanile in modo sorprendente. Non mutò la sua posizione alla Eleonora Duse, da cinema muto. “In questa vita di sozzura e dolore…” La gola di Patrizia all’improvviso si strinse. Passò la lingua indurita sui denti per controllare l’improvvisa fiammata d’isterismo.
Margherita abbassò il braccio. “Quando mai le cose sono andate bene, mentre siamo sommersi dalla putredine e il sangue dell’umanità?” I suoi occhi blu vetrosi si contrassero in due punte di spillo di luce. Puntò su Patrizia il suo piccolo dito aggrinzito. “La vita, devi capire, non vale la pena di essere vissuta.”
Tutte, anche le gemelle, annuirono con tragica condiscendenza. Il pessimismo in Sicilia era un dato di fatto, un luogo comune riverito da tutti, e le affermazioni sulla universalità della sofferenza erano recitate di frequente come in California gli auguri-di-una-buona-giornata (Have-a-nice-day). Ma le espressioni di Margherita erano più estreme di quelle comuni.
“La vita è quella che uno si fa,” Patrizia si trovò a dire, con la sua voce professionale. “Se uno fa delle scelte in modo responsabile…”
“Margherita si piegò più vicina, finché si trovò faccia a faccia con Patrizia. “Io sarò cieca,” disse in siciliano, “ma questa qui è più cieca di me.”
“Sì, sì.” Disse Giuseppina, facendo segno a Patrizia con una scossa della testa. “Ma cos’è che voleva?”
Margherita si abbassò sulla sedia che una delle due gemelle le aveva posto dietro. “Gliel’ho detto ieri. Di solito i funerali passano per Via della Libertà, e io li guardo dalla finestra. Ma questo di oggi è molto più importante. Ho dimenticato il suo nome.”
“Inteso. Don Mario Inteso, asserì Giuseppina.
“Quale che sia.” La mano di Margherita svolazzò nell’aria. “I funerali importanti passano sempre per Via Garibaldi. Dovrebbe saperlo ormai, Giuseppina. Perciò debbo scendere giù per vederlo. Pensavo di guardarlo dalla porta.”
“Don Mario era un uomo d’onore,” Giuseppina sollevò gli occhi al cielo nel modo consueto. “Non m’importa cosa dicono. Un uomo d’onore. Fece tutto quello che potè per il mio Vito. Se non fosse stato per quei bastardi – che i loro figli sputino sulla loro tomba – Vito sarebbe qui con noi proprio adesso. Don Mario ci provò. Non apertamente, naturalmente. Ma ci provò. Ai vecchi tempi non sarebbe stato così. Davanti a quegli stronzi che si chiamano da sé magistrati.”
Patrizia si sforzava a non mostrare il suo sdegno. “Il mio Vito sarebbe stato qui con noi adesso.Un padre di due figlie che hanno bisogno di lui. Bisogno di lui come il pane che mangiano – specialmente ora che si avvicinano a quell’età pericolosa, quando hanno più bisogno di vigilanza…” Giuseppina continuava, ma Patrizia cessò di ascoltare. Aveva già sentito prima l’orgogliosa storia di Vito il santo. Era stata fuori dalla Sicilia da troppo tempo, per accettare che un uomo che aveva fatto parte di un sequestro di persona e che aveva riscosso un grosso riscatto prima di essere catturato, fosse un “buon uomo.” È vero che aveva sentito dire che la vittima era membro della banda che cercava di entrare a forza nel territorio di Intenso. Tuttavia, un sequestro di persona è sempre un sequestro. Peraltro, sembrava che Giuseppina pensasse che Vito fosse un santo perché era riuscito a conservare una parte del riscatto, trasformato in costose lenzuola ricamate per la dote delle sue figlie, un nuovo gabinetto per la casa, e trecento ottantacinque pecore.

Zia Santa non era cambiata molto da quando Patrizia l’aveva veduta l’ultima volta, cioè praticamente dagli anni della sua infanzia. Era più asciutta, aveva meno denti e camminava piegata, tanto che il suo mento non era più alto della sua vita, ma era sembrata sempre vecchia, tutta pelle e ossa, un’ombra di donna. Quando lei e Patrizia si scambiavano baci e abbracci, si sentiva ch’era come di carta, aggrinzita e fragile nelle mani di Patrizia. “Desideravo vederti da molti giorni,” disse Santa, dopo aver scambiato i baci e i saluti di convenienza con Augusta. “Ma con questa terribile influenza in giro, ho pensato che fosse meglio restare a casa.”
“Una cosa saggia.”
“Non si è mai abbastanza prudenti alla mia età.” Santa era stata sempre prudente, pulendo ogni cosa, anche i piatti, con l’alcol. Il suo appartamento era stato sempre asfissiante. “Guarda la tua povera madre.” Santa si piegò in avanti e bisbigliò all’orecchio di Patrizia. “È vicino alla fine, non è vero?” Insieme dettero giù un’occhiata ad Augusta, che stava a guardarle fisse senza espressione.
“Il dottore dice che la situazione è critica,” bisbigliò di rimando Patrizia.
“Dobbiamo pregare nostro Signore in cielo.” Le parole esalavano tra i cinque denti superiori di Santa sulla guancia di Patrizia. “Povera Augusta. Alla Beata Vergine, a Sant’Antonio, patrono delle cause perse. Preghiamo.”
“Ogni giorno è un po’ peggio. Benché mi abbia riconosciuto immediatamente.”
“Negli ultimi due mesi, ha sempre insistito a dire che tu stavi per venire per portarla a casa.” Santa fece una pausa per dare spazio alla reazione di Patrizia, sorridendo leggermente e stringendo il grande crocifisso che le pendeva dal collo.
“Così hai detto al telefono.”
“Ogni volta che venivo a trovarla. Patrizia viene, diceva.”
“Spero che tu le abbia detto che ho una vita molto occupata.”
“Mi ha detto che tu eri importante. E hai dovuto lasciarla qui per questo. Povera Augusta.”
Patricia fece uno sforzo per cambiare argomento. “Come mi trovi, Zia? Sono passati vent’anni. Sono cambiata molto? Sono cresciuta, naturalmente.”
Santa spostò la mano dal crocifisso alla sua pesante gonna nera. “È difficile dire cosa sei adesso, a vederti vestita come un uomo. Sei sempre stata una testarda contraria. Hai dovuto fare sempre le cose a modo tuo. Ricordo che una volta hai trattenuto il respiro fino a diventare blu, tutto perché tua madre non voleva che tu disegnassi sulle pareti. Da quanto ho sentito, non sei cambiata di molto in questo.”
“Vestita come un uomo? Le donne indossano i pantaloni anche qui.”
“Il diavolo conquista tutto il mondo.”
“Cosa dice?” Augusta chiese a Patrizia.
“Parla del diavolo, mamma.”
“Sempre la stessa.” Augusta disse al soffitto.
L’amica di Giuseppina con un occhio di vetro entrò con un vassoio di paste.
“Sono andata espressamente al panificio di Via Manzoni,” disse Santa. “Fanno i migliori cannoli della città. Da quando le suore hanno smesso di farli.”
“Che bel pensiero, Zia. Non ho avuto un cannolo da anni.”
“Li voglio.” Augusta indicava il vassoio.”Sì, sì, sì,” disse.
L’amica di Giuseppina abbassò il vassoio fino a farlo ondeggiare davanti la faccia di Augusta. Augusta si gettò avanti, afferrò due paste con la mano che era ancora valida.
“Mamma, lasciami fare.” Patrizia cercò di allentare la presa della madre, ma Augusta stringeva ancora più forte. La crema colava tra le sue dita sulla coperta del letto.
“Oddio, oddio, oddio.” Disse Santa.
Augusta portò le mani alla bocca. Dette un grande morso, imbrattando di crema tutt’e due le guance. Comiciò a leccare le dita. La crema si sparse sul mento.
L’amica di Giuseppina era rimasta nella stanza, con il corpo massiccio appoggiato contro le persiane della finestra e guardava Patrizia che puliva con un fazzoletto di carta e un tovagliolo di riserva. “Io ho un libro che è la testimonianza della verità.”
“Sai leggere?” disse Santa infastidita. “Non sei analfabeta?”
“Per chi mi hai preso?” La donna si tirò sù e si piantò al centro della stanza.
“Quale verità?” Patrizia manteneva un tono della voce cortese.
“Se ciascuno di noi accetta Gesù Cristo come proprio personale salvatore, non moriremo mai.”
Per tutti i santi in cielo,”Santa fece un cenno col capo al quadro di Cristo sulla parete dietro la donna e si fece avanti anche lei, “per il Sacro Cuore di Gesù, stai predicando a me? Me, fra tutti quanti. Hai un’idea di quante molte ore al giorno passo in ginocchio?”
“Ciascuno di noi deve rinunciare, come ho fatto io, a tutte le idolatrie, tutte le false immagini. Ciascuno di noi deve ripudiare la troia di Roma.” L’occhio sano della buona donna luccicava di fervore.
“La troia di Roma?” Santa girò gli occhi verso Patrizia. “Ora io conosco un paio di troie qui ad Alcamo. Ma a Roma? Non conosco nessuno a Roma. Perciò, ripudiare una particolare troia lì non avrebbe nessun significato.”
“Dobbiamo nascere di nuovo.”
“Non basta una volta?” chiese Santa.
“Tu non capisci. Io sono nata di nuovo. Sono stata battezzata nel Lago Ontario.”
“Non hai bisogno di andare in qualche lago abbandonato da Dio per essere battezzata. Puoi averlo a San Nicolò qui all’angolo.”
“Eravamo trecento: sommersi e riemersi alla vita eterna.”
“Trecento di voi? Dev’essere stato un gran lago. Eravate tutti nudi?”
“Vestiti. Vestiti.” La donna era indignata.
“Beh, lode al Signore per questo, almeno.”
Patrizia, che imboccava la madre poco alla volta con piccoli pezzi di pasta, non ce la faceva più a trattenersi, e cominciò a ridere. “Che c’è?” disse la madre tirandole la mano. Patrizia scosse la testa. Lacrime le scendevano per le guance.
“Ride di me, Signora. Una povera donna cristiana, che cerca di portare la vita eterna a coloro che si avvinghiano alla morte del peccato.”
“Niente affatto,” Patrizia riuscì a dire ansimando. “È solo mia zia…”
Santa sorrideva di un sorriso sdolcinato tra un morso e l’altro delle paste. “Non ti offendere, povera cristiana. Un dolce?”
La donna scosse la testa tristemente, mentre si avviava alla porta. “Voi non siete gli eletti.”
“Siamo siciliani, come ognun altro.” Fu la risposta di Santa.
Augusta ansimò, poi emise all’improvviso un respiro affannoso come un rantolo. Patrizia si voltò verso lei di scatto, il riso si raggelò nella sua gola. Ma sua madre sorrideva, “Ancora dei cannoli per me?”
Santa mosse la sua sedia più vicino al letto. “Sant’Antonio è artefice di miracoli. Non sembra stare meglio?”
“Certo.” C’era una traccia di nuovo colore nella sua faccia.
“Conosco mia cognata. Direi che non si arrende.”
“No.” Augusta adocchiava ancora il vassoio. “No,” disse Patrizia.
“La lascerai qui?”
“Prima di venire, pensavo che fosse accudita bene.”
“L’assistono.”
“Ah sì. Comunque non è proprio… considerando la pecora sequestrata e il resto.”
“Pensi di riportarla in America? Di nuovo con te?”
“Non so.” Ma, siccome sentiva che le si stringeva il cuore, la portò con sé.

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Questo brano dal racconto di Caterina Edwards “Everlasting Life” è una parte deL racconto pubblicato in Sweet Lemons: Writings with a Sicilian Accent. Mineola, NY, Ottawa: Legas, 2004, pp. 196-197 and 203-206. “Everylasting Life” è incluso in Island of The Nightingales, Toronto: Guernica Editions, 2000, pp. 28-30 and pp. 39-43. Il brano è usato per gentile concessione dell’autore e dell’ editore Guernica Editions.

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EVERLASTING LIFE*

“Signora, is something wrong?”
When Margherita reached the table, she dropped the stick and maneuvered herself into position,one hand on the table, the other palm outward, pressed to her forehead so that her full back sleeve curtained her face. “Is something wrong?” When has it ever been right?” Her voice was surprisingly gentle and young. She didn’t alter her Eleanor Duse, silent-movie pose. “In this life of filth and pain…” Patricia’s throat was suddenly tight. She ran her tongue hard over her teeth to control the flare of hysteria.
Margherita dropped her arm. “When could it ever have been right when we spend our time submerged beneath putridness and the blood of our fellow man?” Her glassy blue eyes focused into two clear pin-pricks of light. She pointed a short wrinkled finger at Patricia. “Life, you must understand, is not worthy of been lived.”
Everyone else, even the twins, nodded in tragic agreement. Pessimism was a given in Sicily, a cliché everyone pays allegiances to, and statements on the universality of suffering were recited as frequently as Have-a-nice-day was in California. Still, Margherita’s expressions were more extreme than most.
“Life is what you make it,” Patrizia found herself saying in her professional voice. “If one makes choices responsibly…”
Margherita leaned closer, so she was face to face with Patrizia. “I may be blind,” she said in Sicilian, “but this one is blinder.”
“Yes, yes.” Giuseppina said, signaling to Patricia with a shake of her head. “But what was it that you wanted.”
Margherita lowered herself into the chair one of the twins had placed behind her. “I told you yesterday. Usually the funerals pass by Via Libertà, and I watch them from my window. But the one today is a much more important one. I forget the man’s name.”
“Inteso. Don Mario Inteso,” Giuseppina offered.
“Whatever.” Margherita’s hand fluttered through the air. “Important funerals always go by Via Garibaldi. You should know that by now, Giuseppina. So I had to come down to see it. I thought I’d watch from the door.”
“Don Mario was a man of honour,” Giuseppina rolled her eyes heavenward in the required fashion. “I don’t care what they say. A man of honour. He did all he could for my Vito. If it hadn’t been for those bastards – may all their children spit on their graves – Vito would be here with us right now. Don Mario tried. Not openly, of course. But tried. In the old days it wouldn’t have been like this. Before these new turds that call themselves magistrates.”
Patrizia concentrated on not showing her disdain. “My Vito would have been with us now. A father to the daughters who need him. Need him like the bread they eat – especially now that they are reaching that dangerous age when they need vigilance…” Giuseppina continued but Patrizia stopped listening. She had heard the proud story of Vito the saint before. She had been away from Sicily too long accept that man who was part of a kidnapping plot and who managed to collect a hefty ransom before he was caught could be a “good man.” True she had heard that the victim was lieutenant of a gang that was trying to muscle into Inteso’s territory. Still, a kidnapping was a kidnapping. Besides, Giuseppina seemed to think Vito was a saint because he had managed to keep part of the ransom, transforming it into expensive embroidered sheets for his daughters’ dowries, a new bathroom for the house, and three hundred and eight-five sheep.

Zia Santa had not changed much in the years since Patrizia had last seen her or, for that matter, in the years since Patrizia’s childhood. She was more dried out, had fewer teeth and walked bent over so that her chin was not much higher than her waist, but she always had looked old, all leathery skin and bones, a husk of a woman. When she and Patricia exchanged kisses and greetings, she even felt like paper, crinkly and fragile in Patrizia’s hands. “I have desired to see you for many days,” Santa said, after she had finished bestowing the ritual kisses and greetings on Augusta. “But with this terrible flu in the hair, I thought it best to stay in.”
“That was wise.”
“One can’t be too careful at my age.” Santa had always been careful, cleaning everything, including the plates, with rubbing alcohol. Her apartment had always been asphyxiating. “Look at your poor mother.” Santa leaned forward and whispered close to Patrizia’s ear. “She’s close to the end, isn’t she?” And together they gazed down at Augusta who stared blankly back at them.
“The doctor says the situation is critical,” Patrizia whispered back.
“We must pray to our Father in heaven.” The words sprayed out between Santa’s remaining top five teeth onto Patrizia’s check. “Poor Augusta. To the Blessed Virgin, to Saint Anthony, patron of lost causes. Pray.”
“Every day she is a bit worse. Though she did recognized me immediately.”
“The last two months, she has been insisting that you were coming to take her home.” Santa paused for Patrizia’s reaction, smiling slightly and clasping the large silver crucifix hanging from her neck.
“So you said on the phone.”
“Each time I came to visit. Patrizia’s coming, she would say.”
“I hope you explained that I have a very busy life.”
“She told me that you were important. And that’s why you had to leave her here. Poor Augusta.”
Patrizia made an effort to change the subject. “How do you find me, Zia? It’s been twenty years. Have I changed much? I’m older, of course.”
Santa switched her hand from her crucifix to her heavy black skirt. “It’s hard to say what you are like now, seeing you dressed like a man. You were always a contrary one. Had to do things your way. I remember you holding your breath until you turned blue once, all because your mother wouldn’t let you draw on the walls. From what I hear, you haven’t changed much in that.”
“Dressed like a man? Women wear slacks here too.”
“The devil’s conquering the entire world.”
“What is she saying?” Augusta asked Patrizia.
“She’s speaking of the devil, Mamma.”
“”Always the same,” Augusta told the ceiling.
Giuseppina glass-eyed friend entered with a tray of pastries.
“I made a special trip to the bakery on Via Manzoni.” Santa said. “He made the best cannoli in town. Since the nuns stopped.”
“How thoughtful, Zia. I haven’t had a cannolo in years.”
“I want them.” Augusta was pointing at the tray. “Yes, yes, yes,” she said.
Giuseppina’s friend lowered the tray so that it floated in front of Augusta’s face. Augusta lunged, grabbing two pastries with her one working hand.
“Mamma, let me.” Patrizia tried to loosen her mother’s grip, but Augusta only clutched harder. Cream dripped through her fingers onto the bedcover.
“Oh dear, oh dear, oh dear,” said Santa.
Augusta brought her hand to her mouth. She took a large bite, managing to smear cream on both cheeks. She began to lick her fingers. Cream spread to her chin.
Giuseppina’s friend had stayed, leaning her bulk against the window shutters and watching Patrizia mop up with kleenexes and a spare towel. “I have a book,” she said suddenly, just as Santa opened her mouth to speak, “a book that is a witness to truth.”
“You know how to read?” Santa was annoyed. “You’re not illiterate?”
“What do you take me for?” The woman pulled herself up and took a position in the centre of the room.
“What is the truth?” Patrizia kept her voice polite.
“If each one of us accepts Jesus Christ as our personal savior, we will never die.”
“By all the saints in heaven,” Santa nodded at the picture of Christ on the wall behind the woman and crossed herself, “by the Sacred Heart of Jesus, are you preaching to me? Me, of all people. Do you have any idea how many hours a day I spend on my knees?”
“Each one of us must, as I did, give up all idolatry, all false images. Each one of us must repudiate the whore of Rome.” The woman’s good eye gleamed with fervor.
“The whore of Rome?” Santa rolled her eyes at Patrizia. “Now, I know a couple of whores here in Alcamo. But Rome? I don’t know anyone from Rome. So repudiating a particular whore would be meaningless.”
“We must be reborn.”
“Wasn’t once enough?” asked Santa.
“You don’t understand. I was born again. I was baptized in Lake Ontario.”
“You don’t need to go to some God-forsaken lake to be baptized. You can get it done at San Nicolo’s at the corner.”
“Three hundred of us-submerged and surfacing to everlasting life.”
“Three hundred of you? Must have been a big lake. Were you all naked?”
“Dressed. Dressed.” The woman was indignant.
“Well, praise the Lord for that at least.”
Patrizia, who was feeding her mother the pastry a small bit at a time, could hold back no longer; she began to laugh. “What is it?” Her mother pulled at her hand. Patrizia shook her head. Tears were streaming down her cheeks.
“She’s laughing at me, Signora. A poor Christian woman, trying to bring eternal life to those clinging to the death of sin.”
“Not at all,” Patrizia managed to gasp. “It’s just my aunt…”
Santa smiled a gooey smile between bites of pastry. “Don’t be offended, poor Christian. A sweet?”
The woman shook her head sadly on her way to the door. “You are not among the chosen.”
“We’re Sicilians, like everyone else,” was Santa’s reply.
Augusta gasped, then let out a sudden rattling wheeze. Patrizia turned back quickly to her, the laughter freezing in her throat. But her mother was smiling. “More cannoli for me?”
Santa pulled her chair closer to the bed. “Saint Anthony is a miracle worker. Doesn’t she look better?”
“She does.” There was a trace of fresh color in her face.
“If I know my sister-in-law, I’d say she hasn’t given up.”
“No.” Augusta was still eyeing the tray. “No,” Patrizia said.
“Are you going to leave her here?”
“Before I came, I thought she was well cared for.”
“They tend to her.”
“Ah yes. Still, it’s not quite… what with the kidnapped sheep and all.”
“Thinking of taking her back to America? Back with you?”
“I don’t know.” But, as she felt herself tightening, she did.

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This excerpt from Caterina Edwards’ short story “Everlasting Life” is part of the one published in Sweet Lemons: Writings with a Sicilian Accent. Mineola, NY, Ottawa: Legas, 2004, pp. 196-197 and 203-206. “Everlasting Life” is published in Island of The Nightingales, Toronto: Guernica Editions, 2000, pp. 28-30 and pp. 39-43. The excerpt is used by kind permission of the author and the editor Guernica Editions.

1 settembre 2006

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