
È fuor di dubbio che Ariodante Marianni si divertisse molto quando dipingeva. Anche il nome che aveva scelto per firmare i suoi quadri –Ario, un’abbreviazione del suo ariostesco nome vero, che rimanda a Shakespeare e pare rievocare la figura di un folletto giocoso – conferma questa mia precisa impressione. Quando dipingeva, Ario sapeva di stare tracciando sulla carta o sulla tela null’altro che una poesia o un racconto. Per lui La pittura era, in un certo senso, un altro modo per fare letteratura. Aveva sempre avuto una mano eccellente nel disegno, così mi raccontava. Aveva anche studiato pittura, con ottimi maestri. Negli anni sessanta era diventato un esponente importante della scuola dell’astrattismo romano, accanto a Perilli, Turcato, Dorazio e altri. Discreto come in ogni circostanza, Ario non aveva perseguito il successo a tutti i costi, preferendo restarsene in disparte e continuare a sperimentare e ricercare e raccontare dipingendo, facendo ciò che più gli piaceva e che gli pareva imprescindibile. La sua pittura percorse le due strade maestre dell’astrattismo novecentesco: da una parte, nelle tele, spesso di dimensioni molto grandi, seguì la strada della costruzione geometrica, razionale, avventurandosi in percorsi labirintici pressoché infiniti, servendosi di pochi colori e di un disegno preciso e incalzante; dall’altra, nei piccoli monotipi, imboccò la via dell’astrattismo lirico e onirico, affidandosi all’istinto e guidando la casualità delle immagini che a mano a mano comparivano. Nei monotipi utilizzava per lo più degli inchiostri tipografici, che stendeva sulla carta, lasciandoli poi asciugare e riposare; quindi li riprendeva, talora aggiungendo altri segni e colori ma per lo più togliendo, raschiando via, incidendo dei graffiti, delle figurine di uomini o di animali appena accennate, scrivendo delle parole. Quando gli pareva che la storia sulla pagina dipinta avesse un senso compiuto, si interrompeva. Restava il titolo da dare all’opera. Nella maggior parte dei casi, Ario affidava tale compito alla
fantasia degli amici.
Giulio Martinoli, 2 aprile 2008



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