Esce “Donne che sbattono contro le porte”, un racconto collettivo sulle donne che subiscono violenze. Intervista a una delle autrici, Maddalena Del Re. Prevenzione, indipendenza economica delle donne, centri antiviolenza e case famiglia: si combatte così

di Sara Picardo

sta - CONVERSAZIONE 
 SULLO STALKING

Un racconto collettivo sul tema dell’abuso che spesso molte donne subiscono nel silenzio delle loro case o nei luoghi di lavoro e di ritrovo. Questo è “Donne che sbattono contro le porte. Riflessione su violenze e stalking”, a cura di Tiziana Ravazzolo e Stefania Valanzano (Franco Angeli, euro 20, pp. 158). Un libro multidisciplinare dove si incontrano saperi ed esperienze attraverso i racconti di giuriste, psicologhe, attrici e autrici teatrali, operatrici sociali.
L’avvocato Maddalena Claudia del Re si occupa in particolar modo di diritto penale e della famiglia e ha difeso molte donne vittime di stalking. Nel libro ha curato il capitolo “Dal delitto d’onore al reato di stalking, il cammino e gli ostacoli”. A Del Re chiediamo come è cambiata la “concezione giuridica” della donna dal 1930, anno dell’istituzione del codice penale, al 2009, anno in cui è stato introdotto il reato di stalking…
“È stato un cammino scandito da alcune tappe legislative, giuridiche e sociali molto importanti – spiega Del Re –, la prima fra tutte l’uguaglianza tra i sessi sancita dalla Costituzione. Ma il decennio più importante sono gli anni 70. A cominciare dalla legge sul divorzio fino al 1975, quando fu promulgato il nuovo diritto di famiglia: prima di allora era il marito che decideva se la moglie poteva lavorare e sceglieva la residenza della famiglia, la moglie era considerata un’eterna minore. A partire dal 1996, poi, la violenza sessuale non è più un reato contro la morale pubblica e il buon costume, ma contro la persona. Nel 2009, infine, è stato introdotto il reato di stalking, che riconosce come reato le forme di violenza e persecuzione”.

Puoi farci un esempio di reato che prima della legge sullo stalking difficilmente sarebbe stato punito?

Nella maggior parte dei casi di stalking si tratta dell’ex marito o convivente che non accetta la scelta di libertà e indipendenza della moglie o compagna. In un caso del quale mi sono occupata il marito aveva tradito la moglie, fino a che lei non aveva deciso di lasciarlo. A quel punto lui aveva deciso di riconquistarla. Inizialmente si recava sul posto di lavoro e le lasciava una rosa rossa sul parabrezza dell’auto, invitandola a uscire. Dopo i rifiuti delle donna, l’uomo ha cominciato a metterle rose appassite sull’auto, crisantemi, fiori strappati e infine rose dipinte di nero. Se non ci fosse stato il reato di stalking, questa condotta probabilmente non sarebbe stata punibile.

Perché dopo l’introduzione del reato di stalking sono aumentate le denunce da parte di tante donne?

La campagna del ministero delle Pari opportunità ha fatto capire che lo stalking non può essere tollerato, e questo sicuramente ha aiutato. Ma per tante che denunciano, altrettante aggressioni vengono compiute, e quasi una al giorno avviene all’interno della famiglia. Sicuramente ora le donne sono più tutelate, perché la legge consente alle forze dell’ordine di convocare l’autore del reato, chiedere spiegazioni e ammonirlo. È stato formato nei commissariati personale addetto: sono spesso donne che hanno una buona percezione della denuncia. È la tutela e la prevenzione sul territorio che non lascia la donna sola. Il tribunale è più lento, invece.

Quali sono i difetti di questa legge?

Il difetto riguarda la costruzione tecnico-normativa. La descrizione della condotta dello stalker è troppo vaga, così dei comportamenti possono non essere puniti. Siccome si tratta di un reato abituale, per esempio sul luogo di lavoro, è difficile dimostrare che piccoli soprusi, chiacchiere, apprezzamenti possono diventare persecuzione vera e propria. La stessa cosa è accaduta per il mobbing.
L’altro aspetto difficile è quello della prova. Se la legge dice che l’atto persecutorio sussiste quando la vittima lo percepisce come tale, significa che stai basando la persecuzione su un elemento psicologico della vittima, e così diventa più difficile stabilire quando l’atto è persecutorio e quando non lo è. Si sposta il problema sulla vittima, chiedendole di indagare il proprio stato psicologico.

La sinergia tra psicologi, avvocati, forze dell’ordine, operatori sociali aiuta le donne vittime di violenza?

La sinergia è preziosissima, se non fondamentale. Ho seguito una ragazzina di 15 anni violentata dal suocero della sorella. Dopo le sedute con una psicologa volontaria è venuto fuori che era stata abusata anche dal padre e che la madre sapeva tutto. Solo parlando con la terapeuta, la madre ha deciso di separasi dal marito.
Poi ci sono i centri antiviolenza, la casa delle donne, le case famiglia, che sono sempre utili. I consultori dovrebbero essere invece più aperti a questo tipo di problematica, visto che spesso sono il primo approccio che le donne hanno per uscire dalla violenza. Come accennavo prima, il segreto della lotta al crimine non è la repressione ma la prevenzione sul territorio. Anche sostenere l’indipendenza economica della donna può essere una leva perché si liberi dal giogo di un padre o di un marito oppressivi.

fonte: www.rassegna.it

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