I mercenari dell’era digitale, così definiti da Reporter Senza Frontiere attuano il

della rete per stanare i giornalisti scomodi

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La censura passa oggi soprattutto attraverso la tecnologia sofisticata. Reporters sans frontières, ha pubblicato i nomi delle aziende che forniscono ai regimi dittatoriali come Siria, Cina, Iran, Bahrain, Vietnam, Birmania, Cuba, Corea del Nord e Uzbekistan sistemi di sorveglianza e controllo di Internet e dei Cybernauti scomodi. Le cinque “aziende nemiche di Internet” e mercenari digitali sono, secondo RsF, Gamma, Trovicor, Hacking Team, Amesys e Blue Coat.
HackingTeam, l’azienda italiana sotto accusa, ha trasmesso l’informazione che i propri sistemi software contribuiscono a rendere Internet un luogo più sicuro, fornendo strumenti per le organizzazioni di polizia e altre agenzie governative in grado di prevenire crimini o atti di terrorismo”, e attraverso Eric Rabe, responsabile delle pubbliche relazioni, rassicura di preservare l’uso dei loro software solo a questo scopo. Tuttavia il ’DaVinci’ Remote Control System’, applicazione di alta tecnologia che la Hacking Team produce, è in grado secondo Rsf, di scardinare la crittografia e consentire di monitorare file cifrati ed e-mail (anche quelli criptati con PGP), Skype, e altri servizi di Voice over IP o di chat. Come sempre ogni invenzione nata per fini benefici può essere usata per scopi antidemocratici o nocivi per l’umanità. Per questo non è infondato l’allarme dei cybernauti. La libertà di stampa, quella di esprimere liberamente le proprie opinioni o di contrastare un regime dittatoriale non è sempre e dovunque garantita. Qui di seguito la classifica mondiale delle libertà di stampa con l’elenco dei paesi primi ed ultimi della classe. (23.3.13 Wanda Montanelli)

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http://rsfitalia.org/classifica-mondiale-della-liberta-di-stampa-2013

Rsf: ecco le società che aiutano la censura della Rete

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Reporters sans frontières fa la lista delle «aziende nemiche di Internet»,
che vendono tecnologia per la repressione

di Claudio Leonardi

Non ci sono solo governi autoritari nemici di Internet, ci sono anche le aziende che li aiutano a monitorare e censurare. L’associazione Reporters sans frontières, da anni impegnata nella difesa della libertà di espressione in tutto il mondo, ha deciso quest’anno di aggiungere alla lista degli Stati con le pagelle peggiori sulla libertà del web anche un elenco di aziende occidentali etichettate come “nemiche di Internet”, “mercenari digitali” che vendono sofisticati sistemi di sorveglianza ai regimi totalitari.
“Se queste aziende hanno deciso di vendere a regimi autoritari, devono sapere che i loro prodotti potrebbero essere usati per spiare giornalisti, dissidenti, e cittadini della rete” spiega Reporters sans frontières, e non esita a fare nomi e cognomi: il Gruppo Gamma del Regno Unito, Trovicor in Germania, l’italiano HackingTeam, la francese Amesys, e Blue Coat Systems, con sede a Sunnyvale, in California.
Tra i clienti di queste aziende comparirebbero proprio i “peggiori della classe”, i Paesi che più si sono distinti nell’anno trascorso in azioni di repressione e censura della Rete: Siria, Cina, Iran, Bahrain, e Vietnam, che hanno scalzato dal podio del 2012 Birmania, Cuba, Corea del Nord e Uzbekistan. L’argomento dei sistemi di sorveglianza è giuridicamente scivoloso. I prodotti venduti possono essere usati come strumenti di difesa da attacchi hacker e da spionaggio, ma anche trasformarsi in strumenti di offesa, con scopi e funzioni opposte.
Quel che è certo, è che si tratta di un business in espansione, che si coagula attorno a grandi eventi commerciali con migliaia di partecipanti. Uno dei più importanti si sarebbe svolto in Medio Oriente nel 2011, con oltre 1.300 partecipanti.
Tra le aziende denunciate c’è anche l’italiana HackingTeam, produttrice del ’DaVinci’ Remote Control System, in grado, secondo Rsf, di scardinare la crittografia e consentire alle forze dell’ordine di monitorare file cifrati ed e-mail (anche quelli criptati con PGP), Skype, e altri servizi di Voice over IP o di chat. Tra le sue funzioni ci sarebbe inoltre quella di attivare a distanza microfoni e telecamere.
Interpellata dal sito Cnet, l’azienda ha fatto sapere tramite Eric Rabe, un consulente di pubbliche relazioni che lavora per HackingTeam, d’essere dispiaciuta della classificazione di nemici se non di “criminali, terroristi, o altri che abusano delle moderne tecnologie”. “Lavoriamo – sostiene l’azienda – per contribuire a rendere Internet un luogo più sicuro, fornendo strumenti per le organizzazioni di polizia e altre agenzie governative in grado di prevenire crimini o atti di terrorismo” e “il Team Hacking fa di tutto per assicurare che il software non sia venduto ai governi nella lista dell’Unione europea, degli Stati Uniti, della NATO e simili organizzazioni internazionali”.
Inoltre, “Secondo i termini dei nostri contratti con i clienti, abbiamo la facoltà di sospendere il supporto per il software che viene utilizzato illegalmente, rendendolo inefficace”. Ma, come si è visto, non è solo la società italiana in posizione ambigua. Amesys, un’unità della francese Bull SA, pubblicizza la possibilità per i governi di passare dalle intercettazioni su una persona al “monitoraggio completo del traffico paese”, compresa la traduzione automatica e la mappatura delle reti sociali. Un’opportunità raccolta da Muammar Gheddafi, secondo il Wall Street Journal, che avrebbe usato la tecnologia Amesys per monitorare il traffico Internet in Libia.
C’è poi il gruppo Gamma, noto soprattutto per il sistema FinFisher Suite, completo, secondo il rapporto di Rsf, di trojan per infettare i PC, telefoni cellulari, elettronica di consumo e server. Nel corso di una perquisizione di un ufficio di un’agenzia di intelligence egiziana nel 2011, attivisti dei diritti umani trovarono una proposta di contratto con un offerta della Gamma International per la vendita di FinFisher, sebbene l’azienda abbia negato la “conclusione di qualunque accordo”.
Prosegue la lista Trovicor, “in grado di intercettare tutte le comunicazioni standard ETSI”. Tradotto: le chiamate vocali, gli SMS, chiamate VoIP (come Skype) e il traffico Internet. Secondo Reportères sans Frontières, “la ricerca di gruppi per i diritti umani suggerisce che i centri di monitoraggio sono stati consegnati in Bahrain e hanno portato al carcere e la tortura di attivisti e giornalisti.”
Ultimo, ma non ultimo, l’ormai famigerato Blue Coat, presentato come una “tecnologia Packet Inspection, che può essere utilizzato per rilevare e censurare Internet”. La presenza di 13 dispositivi di Blue Coat in Birmania è stata confermata nel 2011, come abbiamo riferito sulla Stampa grazie alla testimonianza di Morgan Marquis-Boire (http://www.lastampa.it/2013/02/04/tecnologia/il-nuovo-spionaggio-informatico-secondo-morgan-marquis-boire-vGlicSoub2RxgKNjzuJ7CJ/pagina.html), che denuncia, tra i clienti del software, Cina, Egitto, Russia, Venezuela e molti altri Paesi. I ricercatori hanno verificato che una rete di infrastrutture e apparecchi, realizzati da Blue Coat Systems, erano stati trasferiti in Siria, e Log dettagliati hanno dimostrato che il governo li ha utilizzati per censurare e monitorare gli attivisti dell’opposizione.
Danielle Ostrovsky, portavoce di Blue Coat, ha sostenuto che i loro prodotti “sono utilizzati nelle scuole e nelle biblioteche come un modo per classificare i contenuti di Internet. “Ci rendiamo conto, tuttavia, che ci sono cattivi protagonisti nel mondo e che i nostri prodotti, come ogni tecnologia, possono essere usati impropriamente per scopi negativi”.
“Progettiamo i nostri prodotti – ha precisato la Ostrovsky – adottando standard comuni del settore. Ad esempio, Packet Shaper utilizza un formato standard industriale per il monitoraggio del traffico chiamato ’NetFlow’, che è usato da numerosi prodotti per la sicurezza tra cui router, switch e firewall”.
Il dibattito è aperto: nessuno vuole demonizzare nessuno, ma è più che mai necessario riflettere sul fatto che, come per la vendita di armi,è tempo di ammettere che tecnologie a doppio taglio come quelle usate per la sicurezza hanno bisogno di cure particolari, e da parte dei privati e delle istituzioni è necessario uno sforzo etico e politico in più per non consegnare a regimi sanguinari gli strumenti più efficienti per la censura e la repressione di legittime forme di opposizione. (/2013/03/13/)

http://www.lastampa.it

Giornata mondiale contro la cyber-censura:
RSF propone un ‘kit di sopravvivenza digitale’

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(traduzioni di v. di bennardo, e. intra, s. gliedman)

Ieri 12 marzo si è celebrata la Giornata mondiale contro la cyber-censura. È dal 2008 che il gruppo internazionale per la difesa della libertà di stampa Reporter senza frontiere (RSF) organizza questo evento per ricordare al mondo che la libertà d’espressione va tutelata anche online.
Gli obiettivi dichiarati della Giornata sono la difesa dei diritti umani in Rete, la promozione dell’accesso universale a Internet, la denuncia dei nemici della libertà d’espressione online e di quei governi che esercitano una sorveglianza sempre più stretta sui netizen.
In questo video l’Associazione egiziana per la libertà di pensiero e di espressione invita blogger e attivisti a pubblicizzare l’evento.
Tra le varie iniziative ad hoc, RSF pubblica uno speciale sulla sorveglianza elettronica. L’indagine dettaglia la crescente tendenza delle autorità di molti Paesi a usare la tecnologia per il monitoraggio e l’intercettazione delle comunicazioni online con l’intento di monitorare e/o arrestare giornalisti e dissidenti. Attualmente nel mondo ben 180 netizen si trovano in carcere per aver condiviso informazioni via Internet. Nel rapporto “I nemici di Internet” di quest’anno, RSF individua cinque Stati “spia” che vanno conducendo una sistematica sorveglianza online e violano alcuni diritti umani fondamentali: si tratta di Siria, Cina, Iran, Bahrain e Vietnam.
La Cina, la cui “grande muraglia digitale” rappresenta forse il sistema di censura più sofisticato al mondo, ha intensificato la guerra contro gli strumenti per l’anonimato su Internet, reclutando fornitori privati per tnere sotto controllo i netizen locali. In Iran la sorveglianza elettronica ha acquistato un significato del tutto nuovo, con la creazione di un’Internet nazionale chiamata “Halal Internet”. Per quanto riguarda la Siria, alcune prove raccolte da RSF dimostrano che sin dall’inizio la Rete è stata equipaggiata con potenti filtri e con strumenti per il monitoraggio elettronico.
RSF propone anche la lista delle cinque “aziende nemiche di Internet” — Gamma, Trovicor, Hacking Team, Amesys e Blue Coat: cinque “mercenari digitali” che vendono ai governi autoritari quella tecnologia il cui impiego viola i diritti dell’individuo e la libertà d’informazione. Per esempio, gli strumenti di sorveglianza e intercettazione della Trovicor hanno consentito alla famiglia reale del Bahrein di spiare e arrestare chi condivideva infomrazioni online. In Siria, i prodotti Deep Packet Inspection sviluppati dalla Blue Coat hanno consentito al regime spiare i dissidenti del Paese, per poi arrestarli e torturarli. Dispositivi forniti dalla Amesys Aquila sono stati invece scoperti negli uffici della polizia segreta di Muammar Gheddafi, mentre un malware progettato da Hacking Team e Gamma è stato utilizzato dalle autorità per intercettare le password di giornalisti e netizen.
«La sorveglianza online sta diventando un rischio sempre più crescente per i giornalisti, i citizen-reporter, i blogger e difensori dei diritti umani«, ha dichiarato il segretario generale di Reporter Senza Frontiere, Christophe Deloire. «I regimi che cercano di controllare il flusso online preferiscono sempre più agire con discrezione. Piuttosto che ricorrere al blocco dei contenuti, che genera cattiva pubblicità e può essere prontamente aggirato, oggi optano per forme di censura e sorveglianza più sottili, spesso ignote alle stesse persone sotto controllo».
«Dato che hardware e software per la sorveglianza forniti da imprese con sede in Paesi democratici vengono utilizzati per commettere gravi violazioni di diritti umani, e visto che i leader di questi Paesi condannano apertamente le violazioni alla libertà d’espressione online, è ora di attuare provvedimenti concreti. Tra questi, andrebbero prima di tutto imposti controlli rigorosi sulle esportazioni di armi digitali verso Paesi che violano i diritti fondamentali».
Già nel luglio 1996 i negoziati tra i governi avevano portato all’accordo di Wassenaar, mirato a promuovere “la trasparenza e una maggiore responsabilità nei trasferimenti di armi convenzionali, beni e tecnologie a duplice uso, evitando così accumuli destabilizzanti”. Quaranta Paesi, tra cui Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, sono oggi parte di questo accordo.
Avendo mostrato chiaramente la strategica importanza delle informazioni online, la Primavera Araba ha rafforzato la convinzione dei governi autoritari sui vantaggi del monitoraggio dei dati e del controllo della comunicazione online. Anche i Paesi democratici sembrano essere pronti a cedere all’ingannevole necessità della “sicurezza informatica” a tutti i costi. Ciò appare evidente da norme potenzialmente repressive come il FISAA e il CISPA negli Stati Uniti, il Communications Data Bill in Gran Bretagna e il Wetgeving Bestrijding Cybercrime nei Paesi Bassi.
Infine, Reporter Senza Frontiere sta diffondendo un “kit di sopravvivenza digitale”, disponibile sul sito WeFightCensorship.org, con lo scopo di aiutare le fonti di informazione online a eludere tecniche di sorveglianza ormai sempre più sosfisticate e invadenti.

[Stralci da World Day Against Cyber Censorship e Five State Enemies of the Internet]

http://it.ejo.ch

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