di Fausta Genziana Le Piane

Enrico Benaglia è reduce dal successo di pubblico e critica di due belle mostre: la prima, “Giocare col mondo” ha avuto luogo a Zagarolo a Palazzo Rospigliosi (2008) sede del Museo del giocattolo, la seconda, “Roma in gioco”, a Roma lo scorso anno nella sede di “Palazzo Incontro”, dove si è trasferito il Museo del Giocattolo di Zagarolo. In entrambe, le produzioni del Maestro sono state la giusta cornice ai giocattoli presentati e si sono accordate perfettamente col tema del gioco. La seconda mostra si è arricchita del tema del Circo.
Il clown, il sorriso, il gioco e la poesia sono inscindibili. Enrico Benaglia è un clown poetico dai toni discreti. Conosce l’arte del sorriso, di quel sorriso che è d’apertura verso il mondo che il Nostro Artista accoglie sempre e ama: perciò la sua pittura non è mai aggressiva ma sorridente e fa sbocciare il sorriso anche in chi la contempla. Il sorriso di Benaglia nasce dal suo spirito in armonia col creato e il clown onora quest’armonia attraverso il corpo che racconta, narra, danza, corre, ama, genera vita. Nell’olio intitolato “Clown addormentato”, il protagonista dorme, sospeso, sogna beato – il suo sorriso è serafico – in un ambiente, magico e stellato, dalle delicate tonalità azzurrine mentre il vento leggermente soffia e fa svolazzare la tenda. E mentre sogna forse il mare, un guanto scivola dalla sua mano e questo guanto stringe una stella… Può esserci immagine più poetica di questa? Grande è la forza del sorriso del clown: recenti studi dimostrano che la risata e il buon umore incidono in maniera considerevole sui tempi di guarigione di diverse patologie anche gravi.

clow - ENRICO 
 BENAGLIA, IL CLOWN POETA

Con il clown Benaglia gioca e nel gioco si rappresenta, si rappresenta come vorrebbe essere e rappresenta anche noi che c’immedesimiamo in lui e nel suo sogno. Nel pastello intitolato “La chiave del tempo”, il protagonista gioca con l’orologio e ce lo mostra: il clown è padrone del tempo giacché è fuori del tempo, per lui eterno. Il clown e il sogno. Non c’è nulla di artificioso nella comicità del clown di Benaglia, nulla di espressamente e volutamente innaturale, scontato, eccessivo. Il suo clown è il poeta che rappresenta la poesia, anzi il poeta è poesia fatta persona. Contro l’appesantimento della realtà che mira a spegnere i sogni, arriva in nostro aiuto questo bizzarro personaggio che ognuno di noi può racchiudere in se stesso con l’immaginazione e la creatività. Ci ricorda che trascurare o negare l’immaginazione significherebbe impoverire la vita e chiudere gli orizzonti. Eccolo allora che, sempre nel pastello “La chiave del tempo”, solenne e discreto, il clown ci appare ammiccante, sempre spinto verso l’alto, con il capo in cerca dell’Azzurro baudelairiano (“Omaggio a Nino Rota”) e dello sguardo del pubblico: il clown offre simpatia, empatia, complicità. “L’arte sola è la vita per l’artista.istrione”, dice Charles Aznavour nella sua celebre canzone. Proprio affinché risaltassero il sorriso e lo sguardo, l’abbigliamento ridotto all’essenziale ce lo rende compagno di tutti i giorni: nessuno strumento, nessuna valigetta, nessuna bombetta, un paio di calzini a strisce, un colletto, un abito a due colori, poco trucco.
Ecco cosa dice Jules Claretie: “Il clown è la fantasia, la gaiezza in lustrini, la risata fantastica e pazza, la lepidezza sbrigliata, la farsa imprevista, il calcio che ha dello spirito, la piroetta che è un lazzo. Il clown non può essere che vivace e giovane. Egli incarna il movimento e la vita: è per il bambino una visione di sogno, qualche cosa come un’apparizione bizzarra, un burattino vivente, un giocattolo animato. Ogni generazione di bambini ha il suo clown, come ogni generazione di giovani ha il suo poeta” (“La Vie à Paris”, in «Le Temps»).
Nato per l’assolo, l’artista-clown ruba a tutti la scena. Infatti, nei due quadri “La chiave del tempo”,” Il Clown addormentato”, egli è protagonista assoluto, unico, lontano dalle luci del circo e dai suoi compagni, anzi il suo profilo copre l’intera tela, in un primo piano assoluto, senza sfondi o palcoscenici (“La chiave del tempo”). Non è possibile riscontrare in queste tele né la Parigi di Toulouse-Lautrec né la Roma di Fellini, il clown non è neppure dietro le quinte, è nel suo ambiente, nel circo, in pista. Il suo sguardo ricorda più la sensibile ingenuità e l’innocente stupore della Gelsomina felliniana (“La strada”, 1954) che non l’aristocratica diversità di Toulouse-Lautrec (“La Clown Cha-U-Cao”, 1895).
Leggiamo questa bella lirica del poeta Paul Verlaine (1870): quale clown vi piace di più?

Saltimbanco, addio! Buonasera, Pagliaccio! Indietro, Babbeo:
fate posto, buffoni antiquati, dalla burla impeccabile,
fate largo! Solenne, altero e discreto,
ecco venire il migliore di tutti, l’agile clown.

Più snello d’Arlecchino e più impavido di Achille
è lui di certo, nella sua bianca armatura di raso:
etereo e chiaro come uno specchio senza argento.
I suoi occhi non vivono nella sua maschera d’argilla.

Brillano azzurri fra il belletto e gli unguenti
mentre, eleganti il busto e il capo si bilanciano
sull’arco paradossale delle gambe.

Poi sorride. Intorno il volgo stupido e sporco
la canaglia puzzolente e santa dei Giambi
applaude al sinistro istrione che l’odia.

Fausta Genziana Le Piane

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