… Arte a tutto tondo…

MILLENNIUM TERTIUM, Opera eseguita a olio su tela, 70×50
MILLENNIUM TERTIUM
Millennium tertium,
speranza di seme
che sbocci in un’alba felice
tra ali che si preparano al primo volo.
S’annulla il sonno della notte.
…tre, due, uno, evviva! Scoppia
in visioni di neonato amore,
in bollicine colorate di stelle
discese tra noi,
in giochi pirotecnici di luci
come onda di fuoco che scorre
dalle mani.
Ma, nella brina dell’ombra fumogena
di quest’alba
una croce di terra morta
sorvola
caverne ancestrali:
da alberi pendono – ancora –
come ghiaccioli,
spezzate
ali,
larve di uomini vanno a fiumi di nuda pietra
o a vulcani di zolfo,
occhi roventi di canne fumano
su prigioniere prede
o mirano a superstiti tra alti fili spinati.
FRANCO SANTAMARIA, poeta e pittore, è nato a Tursi (Matera), risiede ad Afragola (Napoli), dopo lunga permanenza prima a Taranto, poi a Napoli. Ha pubblicato i volumi di poesia “Primo lievito” (Gastaldi, Milano), “Storie di echi” (Ferraro, Napoli) ed “Echi ad incastro” (Joker, Novi Ligure); in Internet, il “Catalogo” dei dipinti e “Parola e Immagine”, opera sperimentale di poesia-pittura presentata in mostre/recital in molte città italiane e in Svizzera.
Con poesie, racconti, dipinti, è presente in riviste letterarie, antologie, portali di letteratura e gallerie d’arte.
Redige “News2005/x”, foglio elettronico di informazioni culturali.
“Poeta Top 2003”, con “Echi ad incastro” ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti.
Come pittore, ha all’attivo mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero.
Info: Franco Santamaria <frasmari@tin.it>
LEGAME
Ho legato il cuore ai tuoi alberi,
così scheletrici,
che invano puntano pungoli di lebbra
da ogni parte,
alle nude
costruzioni delle timpe e dei calanchi
che rifiutano orme umane durante la pioggia,
alla muffa e alle lacrime delle case
che soffocano nel fumo di paglia
senza il soffio degli emigrati
non si sa dove
in nuvole di speranze randagie.
Salgo alla radice di fiumi
che dormono in letti
scavati e pietrosi alle mani
dal colore del giorno freddo, viola.
Nella grotta del convento, così in alto,
è prigioniero un piccolo nido d’acqua
che sul marmo abbandona
fasci di croci circolari estinguendosi.
Qui, a piangere si nascondono angeli
ribelli,
stanchi di chiudere in piccole celle di terra
frantumi di anime e bestemmie
nell’attesa lunga
di un nuovo diluvio.
Ho lasciato il cuore alle tue forme
così degradate.
A me rimane
niente più che il colore del sangue
e il gemito delle ali
spezzate,
l’affanno soffocante della fuga dopo l’esplosione.
PIUME TRA LE SPINE
Per tanta parte,
altissime,
s’ergono siepi di spine
e, qui prigionieri,
sussulti di piume
sono i voli di allora
tra fiamme di orizzonti
e tra vortici
nati nelle ferite della terra.
Il tempo è invecchiato
senza avere un’idea migliore
dei minuti
fruscii che ancora giungono
dal buio delle caverne.
Come radici
represse.
Mi chiedo,
quando il vento precipita
masse
sbriciolandole nei canali,
quando occupa case
che cigolano sui vuoti
spazi,
quando violenta stracci
freddi di fame e di paura,
che fine facciano i petali
e perché rimangano quei
brividi di piume tra le spine.
Per antiche tristezze
e immense
solitudini
da promesse tradite,
da ponti che spezzano
la via dei fiumi
angeli dalle bianche piume compiono l’ultimo
volo.
Non so. Forse
la morte impazzisce
a raccogliere così tanto nelle sue lunghe
notti.
SOGNO
Dura in me l’ultima
tua fisicità vivente
con un volto di pietra
sbianchita e segnata
dalle lacrime dei fiumi di Pandosia.
Lì ferma e sola
su un lettino
come un vagone alla fine
della sua corsa
su binario morto,
senza più passeggeri.
Con ancora il caldo,
poi sempre più spento
rantolo tra le ruote.
Voglio ancora sperare
nel tuo ritorno
su un’ala di sogno
tra le gole della mia terra, all’eco
del vento rupestre
di autunno o di primavera,
quando mareggia
madido di sole il primo
frumento.
SCHEDA
Da alcuni contributi critici:
“L’opera di Franco Santamaria – in poesia come in pittura, disciplina nella quale l’autore concretizza con accesa espressione le proprie angosce – è eminentemente politica, sociale: si fa coraggiosamente e caparbiamente carico delle sofferenze altrui non immaginando di sottrarli al prossimo (così fa chi si ritiene un dio, o il personaggio di un racconto – penso a The wish house di Kipling), ma condividendole ed approfittando con generosità della propria facoltà, essendo egli un artista, di levare il proprio canto sopra la palude di conformismo ed oppressione che smorza il grido di chi artista non è. Non c’è, tuttavia, nell’opera di Santamaria la componente dell’illusione: egli sa bene che l’artista proprio in quanto tale è costituzionalmente ostacolato, messo a tacere, eliminato, e proprio per questo egli sfrutta al massimo ciò che il comune nemico (la mediocrità, l’egoismo, lo strapotere…) gli permette di esprimere, organizzandolo in forme verbali o pittoriche le quali si nutrono sempre di un sanguinoso agon, di una lotta incessante, corpo a corpo, violenta e senza esclusione di colpi. […..] Santamaria sa farsi corda vibrante per simpatia, sconfiggendo quel soggettivismo soffocante che l’uomo coltiva da sempre (e che nell’artista, guarda caso, è gioco-forza imperante anche qualora restasse ad di qua dell’egotismo), un’interpretazione della propria sofferenza come riflesso del patire umano, sofferenza esistenziale più che condizione di dolore personale.” (Sandro Montalto)
“[…..] se è vero che il poeta dipinge un panorama di solitudine, talora di nichilismo che è solo suo e gli appartiene tutto, rimane anche vero che il lettore è profondamente coinvolto (a fresco di lettura, ho avvertito una sensazione di avvolgimento, quasi di assedio, ad opera della densità della sua lirica) nella ricerca di consonanze, affratellato nell’inchiesta e nell’indagine (appunto, un incastrare echi).
La poesia di Santamaria, infatti, ha il dono non usuale di farsi voce comune, di parlare anche per la sete di verità altrui, anche in conflitto con i limiti imposti dallo spazio e dal tempo.” (Gian Domenico Mazzocato)
“Le figure retoriche, di senso e di suono, rimandano di volta in volta alla carnalità e alla metafisica, in un’alternanza di slancio passionale, “ho lasciato il cuore alle tue forme”, e meditazione contemplativa, “dalle nostre case se ne andarono presto i sogni”, che riposano su arcane, sedimentate certezze, frutto di un lungo, laborioso percorso esistenziale, che si fa cifra di un vissuto universalmente ed univocamente partecipato.
Monologhi sussultano inquieti, sconfinando su parole e concetti-chiave, Tempo e Solitudine, che segnano il vissuto inquieto di un’anima sulle tracce di una sfuggente eternità che irride i nostri sogni.” (Maria Teresa Manganiello)
“Accostarsi alla realtà poetica di Franco Santamaria, per immergirvisi, esige un sottile esercizio di sensibilità al fine di riuscire ad entrare nell’oltre dell’enunciato, per lacerare l’involucro di ciò che può costituire un’apparenza… […] Franco Santamaria, partendo da un suo bisogno (che è poi il desiderio archetipico di tutti quanti possano definirsi osservatori sentimentali), si fa portavoce delle eredità liquefatte di quanti non presero mai parola e si cala con sincerità, lontana dal finto-buonismo, nella ricerca di una appassionata dimensione interiore, di un’utopia d’amore-verità-coerenza, tra i paesaggi materici e fibrosi della sua voce armonica, mai stridente.” (Monica Borettini)
“Con la nuova raccolta, Echi ad incastro (Novi Ligure, Joker, 2004), la scelta di una poesia politica e sociale non è rinnegata, ma cede il passo al tema, più dolorosamente soggettivo, della perdita della persona amata… […] In animo meschino il dolore, si sa, si traduce in chiusura accidiosa, in egocentrica rivendicazione del diritto al compatimento e al sostegno, in egoistica polemica contro tutti e contro tutto. Nell’animo forte di Franco Santamaria si fa, invece, apertura alla comprensione del dolore degli altri, viatico potente di solidarietà e d’impegno sociale.” (Raffaele Messina)
“Quello che emerge subito, nella poetica che l’autore esprime in questo libro, è il congiungersi di due fattori, quello socio-politico e quello naturale… […] Nonostante l’essenza dolorosa della tematica, non c’è per nulla traccia di autocompiangimento o di disperazione, in questi versi l’autore non si geme mai addosso: quello che caratterizza il poiein di Santamaria … è la densità metaforica e analogica del suo dettato, che dimostra, in un tempo che spesso appare sospeso, la capacità del poeta, a livello stilistico, di costruire un’architettura poetica del tutto pregevole. […] Santamaria sa dominare molto bene la sua materia: ha una forte coscienza letteraria di quello che scrive, grazie anche all’altro versante della sua creatività, quello della pittura, della quale la poesia rispecchia una padronanza formale e stilistica veramente notevole.” (Raffaele Piazza)
“L’uso di alcune famiglie di nomina, come sinopie ben tracciate, aiuta a delimitare gli ambiti ed i valori essenziali della poetica di Santamaria, quei diversi territori, dai confini movimentati che, come gli echi del titolo, si incastrano nel planisferio esistenziale dell’autore. […] Difficile, oltre che artificioso, scomporre l’incastro degli echi: il registro intimo e quello sociale-universale si intersecano e si sovrappongono, si modulano armonicamente attraverso il collante linguistico e il fondale ambientale e paesaggistico. […] Il riconoscimento di questa ambivalenza nell’esperienza umana, dell’esistenza dei contrapposti pilastri di azione e reazione, pena e speranza, disperazione e consolazione, è di fatto uno dei tratti più significativi del pensiero del poeta, e, sul piano sociale sostiene, come già detto, il virare tra l’oppressione e la lotta, tra l’accettazione e la resistenza. […] È dunque la terra che interessa al poeta, la terra della sofferenza, incapace di trovare la strada giusta per diventare, utopisticamente, “giardino della luce””. (Alfredo Rienzi)



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