di Cristiana Bullita

C’è una questione che periodicamente viene riscoperta e ridiscussa tra noi insegnanti: se rendere nota o meno agli alunni la nostra collocazione politica. A me sembra una falsa questione e cercherò di spiegare perché.
Chi ritiene che dichiarare apertamente le proprie idee su questo o su quel tema del passato o del presente sia scorretto e influenzi indebitamente gli studenti lo fa evocando quella che evidentemente pensa essere una colpa grave per un educatore: la parzialità. Tuttavia essere parziali significa semplicemente “stare da una parte”, riconoscere un’appartenenza, sostenere una certa visione del mondo. Prima di chiedersi se questo sia, per un docente, opportuno, giusto o utile sarebbe forse il caso di chiedersi se sia evitabile. Avendo io conosciuto molti colleghi in più di trent’anni di attività, e avendoli osservati da vicino per curiosità intellettuale e nell’intento di attingere da loro buone pratiche (quando ancora non si chiamavano best practice), sono giunta alla conclusione che l’idea di poter entrare in una relazione educativa con qualcuno astraendo totalmente da qualsivoglia valutazione “politica” è assolutamente insostenibile. Penso infatti che non sia possibile stabilire con i ragazzi un dialogo efficace se ci si trattiene in una sorta di limbo ideologico da cui lanciare messaggi presumibilmente sterilizzati e neutrali. Tuttavia alcuni insegnanti affrontano questioni delicatissime con importanti implicazioni di tipo etico, sociale e, dunque, politico –ad esempio la questione del fine vita o il fenomeno migratorio- con un aplomb impeccabile e con una imperturbabilità da far invidia ad Epicuro. Ma è davvero così?

Vorrei ricordare che, nella sua accezione più alta, la politica è cultura, anzi è l’attualizzazione storica di una certa cultura. Essa permea di sé, e ben oltre le nostre intenzioni, ogni aspetto della nostra vita: il lavoro, il tempo libero, gli acquisti, gli svaghi. Le nostre scelte quotidiane valgono a circoscrivere un orizzonte teorico all’interno del quale ci collochiamo e siamo collocati dagli altri. Quindi mi chiedo e chiedo: siamo sicuri che un approccio didattico improntato al rifiuto di un posizionamento ideologico e a un’ostentata impermeabilità politica sia davvero il più utile, il più giusto e il più opportuno per gli allievi? Soprattutto alla luce del fatto che, come si diceva sopra, tutti noi non possiamo smettere di essere oggetto di un’indagine ermeneutica sociale che parte dalla nostra comunicazione non verbale. Di conseguenza trovo ingenua – e anche un po’ vile – la volontà di non prendere parte, di non esporsi, di non dichiarare apertamente le proprie idee quando in classe si trattano temi di particolare sensibilità e rilievo.

I docenti parlano di storia, di letteratura, di scienze, di arte, di attualità. Essi appartengono alla realtà di cui trattano, di cui cercano di farsi interpreti. Si pensa davvero possibile non assumere una prospettiva, un punto di vista, quando si presenta ai ragazzi il mondo al quale tutti apparteniamo? Nessuno di noi è un osservatore oggettivo e imparziale, nessuno di noi può esserlo.

In un noto aforisma, Oscar Wilde sostiene che «si può esprimere un’opinione davvero imparziale soltanto su cose che non ci interessano. Ragion per cui, indubbiamente, un’opinione imparziale è sempre del tutto priva di valore». J. W. Goethe dichiara: «Posso impegnarmi a essere sincero; ma non a essere imparziale».
Dunque, senza ipocrisia, ammettiamo pure che non è possibile mascherare fino in fondo il nostro orientamento di parte.

«Chi si crede imparziale, il più delle volte è uno sciocco. Chi si proclama imparziale è quasi un uomo in cattiva fede che cerca d’ingannare il suo pubblico, lupo in veste d’agnello. Noi possiamo essere soltanto intellettualmente probi, renderci cioè conto delle nostre passioni, prendere le nostre misure contro di esse, ed avvertire i lettori dei pericoli verso i quali li porta la nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno; la probità un dovere».
(G. Salvemini, Prefazione a Mussolini diplomatico)

Ecco un monito valido almeno per giornalisti ed insegnanti.
La pluralità delle prospettive che una scuola pubblica e laica garantisce è di per sé antidoto efficace alla soggezione psicologica e intellettuale paventata dai sostenitori dell’imparzialità. Al contrario, ritengo molto pericoloso il condizionamento strisciante che taluni operano, anche inconsapevolmente, e che deriva proprio dal rifiuto di dichiarare una posizione ideologica e dalla conseguente impossibilità di “mettere in guardia” gli studenti dai “pericoli della propria parzialità”. Il docente responsabile assuma quindi su di sé, consapevolmente, la propria inevitabile soggettività e si rinfranchi al pensiero di essere solo uno dei molti attori che si muovono sulla scena educativa e che concorrono liberamente, ciascuno con le proprie idee, alla formazione dei giovani.

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