
Eliana Di Caro
«Avevo 15 anni quando ho fatto il mio primo discorso sui diritti delle donne. Nel villaggio di mia nonna, nel cuore del Rajasthan, avevo notato che le ragazze erano trattate in modo diverso dai ragazzi (io no, perché ero un’ospite speciale…). E così tornata a Delhi, un giorno a scuola, dove dovevamo fare un intervento, mentre le altre studentesse parlarono di musica o di come preparare la tavola, io sottolineai l’importanza del voto femminile»: sorride Bina Agarwal, che oggi ha 66 anni, ricordando quel momento della sua adolescenza. Economista dello sviluppo e dell’ambiente all’università di Manchester, in precedenza docente sin dal 1988 all’ateneo della sua città, è stata appena premiata dalla Fondazione Balzan per gli studi di genere nelle comunità rurali povere dell’India e del Sud del mondo. Le sue ricerche condotte a partire dagli anni 70 offrono una fotografia della condizione delle donne indiane.
L’interesse per questo tema è nato anche grazie agli stimoli della figura paterna, ingegnere delle telecomunicazioni: «A 30 anni inventò la tastiera in hindi per la macchina da scrivere e organizzò i primi Giochi per l’India indipendente – ricorda con fierezza – ma soprattutto ha incoraggiato le figlie, le nipoti e le donne della famiglia allargata a studiare. Il Rajasthan (nel Nord Ovest del Paese, ndr) è un’area molto chiusa e conservatrice, non tutte le ragazze andavano a scuola o lavoravano. Mia madre, per esempio, avrebbe voluto fare il medico ma non era permesso».
Bina invece studia, le interessa l’economia come scienza sociale che punta a ridurre le disuguaglianze strutturali e a temperare la povertà; si sofferma sull’influenza della tecnologia sull’agricoltura e analizza il contributo delle donne al lavoro agricolo (in Asia il 40% dei contadini è donna), il loro diritto alla terra e alla proprietà. L’attività femminile nei campi è sottostimata, denuncia la studiosa, non si tiene conto di tutto quel che si fa in casa – la cura del bestiame, la raccolta del legno – che rimane invisibile, non remunerato e quasi del tutto escluso dalle statistiche. Infatti se si dovessero indicare le lavoratrici strettamente sulla base di una busta paga, la partecipazione al lavoro rurale si fermerebbe al 17,4%, ma considerando altri fattori come la produzione domestica e quella di coloro che si dichiarano disoccupate si arriva al 64,8 per cento. (26 Novembre 2017)
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