di Nadia Angelini

edizioni Terre Sommerse
INTRODUZIONE
Il romanzo nel complesso si può inserire nell’atmsfera del grande realismo lirico fondato da Lionello Fiumi e da Aldo Capasso.
Libro affascinante per la variegata rappresentazione di alcune forme di un amore che sollecita i personaggi ciascuno con particolare sensibilità e dignità.
Un amore che assurge dal soggettivismo all’universale con un ineffabile iter illuminato da valori umani eterni e immutabili.
Vi è un’ essenzialità e una rara purezza di canto che assimila e disvela i segnali di un’epoca storica vissuta dall’America di pochi anni passati.
L’autrice usa la pregevole tecnica dell’impersonalità dell’arte per cui sembra non partecipare al comportamento e alla pesonalità dei personaggi che mirabilmente vivono le proprie vicende autonomamente rispetto all’intenzione della scrittrice (cfr, ilgrande Verga), eppure nel romanzo vi sono segni vistosi di autobiografismo che si rivela nell’indagine psicologica sui personaggi.
L’autrice è creatura fra creature, fra alberi e fiori che sembrano dare un tono melodico conforme ai suoi stati d’animo.
Meditazione filosofica e accensione lirica caratterizzano lo stile dell’Angelini che ci sembra aver realizzato un notevole progresso nella tecnica del tessuto narrativo, già previsto nelle sue opere precedenti: “La saga deiTaylor.” e “Fragmenta” vero gioiello della sua attitudine alla narrativa.
L’Autrice riflette temi e problemi universali come il rapporto dell’uomo con Dio e con i propri parenti.
Con un dettato purificato da ogni scorza oratoria, ma spesso toccante il cuore del lettore, l’Angelini sa avvincere i lettori alle umane vicende dei personaggi tutti ben ritratti e riusciti.
L’autrice dà importanza al significato e al valore del ricordo, spostando su un piano metafisico il contenuto e la funzione della memoria che delinea i segni caratteriali del personaggio.
Consideriamo l’arte dell’ autrice una vera e propria intuizione lirica, autentica espressione dei sentimenti.
Come nel grande poeta Montale l’autrice fa una testimonianza drammatica della crisi moderna.
Il romanzo, il cui nitore e l’equilibrio nascono da un chiaro sottofondo di cultura classica, sa rinnovare esperienze di autori precedenti senza presunzioni o spiriti polemici.
Piace il suo dettato ricco di sensazioni e di evocazioni nostalgiche, di sogni delusi, di tormento umanissimo di alcuni personaggi essenziali: Miriam, Harrry e don Dario.
Nel panorama della narrativa contempranea mancava questo romanzo che potrà farsi strada nel favorevole giudizio della critica più attenta.
Giorgio Carpaneto
POSTFAZIONE
Appare decisamente interessante la nuova prosa di Nadia Angelini con il romanzo “Il peso dell’anima”. Parlarne in significa anzitutto prendere le distanze dalla sua trama per non privare i lettori del gusto di coglierne via via i dettagli. Darne una visione d’insieme è però necessario per richiamare l’attenzione sugli elementi in gioco e sul tipo di gioco condotto dall’Autrice. Assi portanti del romanzo sono due sogni realizzati: quello “americano” della protagonista Miriam e quello “italiano” della figlia Susy. In un fitto andirivieni tra le due sponde atlantiche sono molti gli eventi ed i personaggi che ruotano intorno a Miriam ed a suo marito Harry Dexter, proprietario di un’azienda di pellame sulla scia del padre che aveva proseguito l’opera avviata dal nonno. Comprimari “americani” sono Maggie, sorella di Harry, suo marito Peter e loro figlio Rick. Comprimari “italiani”, dei quali Susy è elemento catalizzatore, sono il fidanzato prima e marito poi, Marco, con sua zia Anna e la sorella d’adozione Monica, nonché Don Dario che celebra il matrimonio di Marco e Susy. Si tralascia la presenza di altre figure che, pur non avendo ruoli chiave, risultano ben caratterizzate.
Fa da sfondo alla vicenda l’America post kennediana in un arco di tempo che va da Carter a Reagan, con riflessi economico-sociali sulla sorte dell’azienda che Harry è costretto a cedere. Nell’animo di Miriam si cumulano, alle tensioni per le vicissitudini aziendali e familiari, le frizioni con un passato che, rimosso all’avverarsi del suo “sogno americano”, torna per lei inatteso e impetuoso a seguito del “sogno italiano” di sua figlia Susy. Per evidenti ragioni occorre sorvolare su questo risvolto tormentato della storia personale di Miriam costretta a combattere con se stessa e un pesante fardello celato, ai limiti dell’inconscio, nell’ombra di antiche memorie.
In questo quadro articolato e complesso l’Autrice si destreggia e mette bene in evidenza – sul piano dello stile narrativo – le sue spiccate capacità di realizzare un giusto equilibrio tra la descrizione e l’introspezione, tra il campo lungo delle situazioni in cui agiscono i personaggi e le “zumate” su di essi e i loro dialoghi, tra l’ordinata sequenza di vicende che si susseguono ed il risalto dovuto ai momenti topici.
Grazie alla sua attenta regia o, se si vuole, sapiente orchestrazione, Nadia Angelini conferisce al romanzo un cospicuo grado di letterarietà, a fronte del quale – va anche detto – gli aspetti più semplicemente connessi alla trama in quanto tale fanno sì che “Il peso dell’anima” assuma in pari tempo la non secondaria connotazione di libro che “si fa leggere” per la sua scorrevolezza e per la giustapposizione delle singole tessere nel mosaico complessivo.
Un’avvertenza conclusiva per i lettori. Chi cercasse ne “Il peso dell’anima” quegli ingredienti che sono tipici dei tant i best seller – preconfezionati ed imposti dai giganti dell’editoria – e che consistono nell’arcinota tripla “esse” (sangue, sesso, soldi) qui non li troverà. Troverà invece una tripla “di” (destino, donne, dubbio): ingredienti più modesti e meno “in” per una ricetta tuttavia meno artefatta e quindi decisamente realistica, credibile e godibile
Raimondo Venturiello
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UNA CRITICA
di Maddalena Rispoli
Ancora un romanzo di Nadia Angelini, prolifica e affascinante Scrittrice dalla penna che riesce a scavare nell’anima dei suoi personaggi offrendoli, poi, al lettore in tutta la loro umanità in cerca di riscatto. Quest’ ultimo lavoro possiede quel “vulcanismo mentale”difficile ed irripetibile in uno spirito che non sia indagatore dei meandri della realtà legata però alla ricerca dell’ego-individuo interagente nelle cose in relazione con il mondo dell’essere.
La capacità essenziale della Narratrice, fa sì che essa si inserisca come spettatrice nei fatti della vita rappresentando la medesima in tutta la sua oggettività, il che non significa assenza di ideale soggettivo, tutt’altro; essa innesca nel tessuto narrativo la propria esperienza che guarda anche alle lacrime degli uomini come lacrimae rerum dominanti le sofferenze dell’esser umano, sia esso malvagio o buono ma comunque sottoposto ad un Destino imperante e decisivo per le azioni intraprese. A chi allora rivolgere il proprio sguardo in cerca di aiuto? A chi abbandonare le proprie forze con fiducia? A Dio, certamente, al Dio che tutti accoglie e che alberga nel cuore della Scrittrice. Grandezza e miseria dell’uomo si confondono per trovare valore soltanto nella mano divina , nella mano di quel Dio “che atterra e suscita, che affanna e che consola…” sempre pronto nella sua infinita bontà ad intervenire sulla miserabile vita dell’uomo per avviarlo verso “floridi sentieri della speranza”.
E’ innegabile il forte classicismo che domina il respiro dell’Autrice; non a caso essa proviene da studi classici che l’hanno formata e resa padrona di questo scintillante mondo. Carduccianamente, la classicità si matura nel suo spirito come concezione morale in cui la vita assume la veste di ritmo e sventura che lottano e costruiscono un microcosmo in cui atomi in costante urto tra di loro,generano esaltanti valori umani lontani dalla sentimentalità fiacca e spossata perché tutto si deve compendiare, con espressione chiara e scelta, nel culto della bellezza che trova sua magione nell’arte.
I motivi romantici sono nell’Autrice ma non in staticità, al contrario essi si animano con assoluta originalità e l’aderenza ai fatti della vita sono ardenti così come la passione e la fede nel riscatto che regolano la forza dell’uomo,alfierianamente inteso.
Miriam, la protagonista,è in pressante ricerca di se stessa e necessita di una dimora che possa offrire stabilità alle sue radici che, purtroppo, appaiono come liane penzolanti nel vuoto e non infisse nel terreno; da ciò si ingenera incertezza per il proprio io che appare e scompare rapito dalle nebbie del riscatto. Ne scaturiscono incertezza e dolore che infieriscono su di essa, novella Anna Karenina, ripiegata alla ricerca di un rimedio atto a lenire gli spasimi della sofferenza. Purtroppo,però, essa è soggetta al medesimo destino che colpiva gli eroi della tragedia greca: le colpe dei padri ricadono sui figli i quali divengono attori e vittime ad un tempo, dell’ineluttabilità.
A questo Destino non ci si ribella: vi si soggiace e basta!
E’ questo il microcosmo che diviene macrocosmo quando tutto e tutti sono racchiusi in una sfera come ectoplasmatiche figure che producono azioni e reazioni tese, in conserta, a configurare la Storia. I fatti investono il mondo intero, e l’Angelini storica tratteggia un quadro delle tensioni che assalirono il mondo negli anni sessanta fino a sconvolgerlo nel suo più intimo tessuto. L’Autrice si pone di fronte alla Storia considerandola con occhio e giudizio filosofico:”Quel giudizio che è insieme fatto e principio; fatto che è realtà effettuale del principio, principio che invera col suo valore universale il fatto”A dirla con Marchesini.
E ben si addicono le parole di Momigliano:” I fatti sono scarnificati, ridotti a schemi logici e psicologici, usando grande forza mentale sostenuta da occhio speculativo che indaga nella catena degli eventi e delle forze che animano la storia e la spostano senza posa.”
Insomma l’architettura dell’opera conduce il lettore in un incessante costruzione di ordito- trama in cui tutto confluisce e tiene desta l’attenzione facendo partecipare a quanto si muove sulla scena, senza stancare poiché gli eventi si susseguono con ritmo dal grosso respiro sostenuto dal lessico, seppur di elezione, di ricercata e dotta semplicità. Ed in ciò Caesar docet! Rimando alla lettura dell’opera e non voglio svelare nulla di più poiché sarebbe carpire piacere alla scoperta personale e, soprattutto, alla critica che ciascun lettore opererà dentro di sé. Il libro, edito da Terre Sommerse nella prestigiosa collana di “E’ tempo di cultura” che annovera, ad oggi, Scrittori di notevole spessore, gode di una “confezione” particolarmente attraente foriera di emozioni e si pone quale portale di personali esplorazioni su cui ampiamente riflettere. Mi si conceda di concludere con pochi ma immortali versi di Montale che ben racchiudono tutto il romanzo:
E andando nel sole che abbaglia
Sentire con triste meraviglia
Com’è tutta la vita e il suo travaglio
In questo seguitare una muraglia
Che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Maddalena Rispoli
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CONSIDERAZIONI SUL FENOMENO DEL RAZZISMO E SU ALCUNI SUOI ASPETTI NELL’AMERICA DESCRITTA NEL “PESO DELL’ANIMA” DI NADIA ANGELINI
di Paola Cipolla
L’essere umano nella sua interezza e complessità, ricca di luce e ombra, rappresenta l’asse portante del romanzo di Nadia Angelini.
Il “peso dell’anima” è il peso di tutte le contraddizioni, di tutti i conflitti, siano essi personali o sociali, che attanagliano l’individuo da sempre.
Uomini e donne in ogni tempo sospesi tra l’amore e l’odio, riflessi della vita e della morte. Proprio tra questi due poli si dipanano gli eventi narrati, che traggono ancor più significato dal tema del razzismo, matrice della storia.
Il fenomeno razzistico, forse più di qualunque altra manifestazione di intolleranza, è lo specchio delle dualità della nostra psiche. Spesso ciò che razionalmente si crede di accettare viene però rifiutato a livello profondo. Questa dicotomia da cosa nasce? Penso si possa essere concordi, pur nelle diverse sfumature di interpretazioni, nell’affermare che chi è portatore di tale contrapposizione, di fondo si senta minacciato. Ciò che risulta diverso da lui diviene inaccettabile perché fonte di pericolo, in quanto destabilizzante sia all’interno, mettendo in discussione l’equilibrio raggiunto attraverso un sistema assoluto di categorie e regole, sia all’esterno, esponendolo al rischio d’un confronto con possibile perdita del potere acquisito. In sintesi è la paura la molla che attiva il comportamento razzistico. Paura di chi si sente diverso ma anche di chi nel proprio profondo si percepisce dolorosamente simile. La parte rimossa è sovente il fantasma d’un sentimento d’inferiorità che striscia nell’incoscio e che la coscienza ha bisogno di mascherare con una istanza d’onni-potenza, inattaccabile e sovrana. La paura è anche qui il fulcro del problema, madre prolifica di tutti i condizionamenti negativi e che nel caso del razzismo genera quella deviazione della coscienza chiamata pregiudizio. Suo bersaglio: l’individuo dall’Io debole, vulnerabile, ansioso di preservare la propria vacillante identità o quella del gruppo di appartenenza. Costui nel momento in cui ritiene di essere attaccato, inesorabilmente attacca, aggredendo e osteggiando l’altro ritenuto pericoloso. La sua avversione si proietta necessariamente all’esterno della sua “tribù” sulla “tribù” nemica, come atto estremo, necessario per la salvaguardia e la salvezza dei suoi simili. Il nemico sopraffatto non è altri che il “capro espiatorio”, l’agnello sacrificale immolato per placare gli spiriti maligni e liberare il popolo dal male. Quando al posto d’un singolo individuo è una intera società, per lo più instabile e carica di tensioni, a produrre questo comportamento si comprende, ma mai si giustifica, come anche in nome dei più nobili ideali vengano perpetrati (la storia purtroppo ne è piena d’esempi) i più efferati delitti contro l’umanità.
Ma l’individuo o la società che non si riconoscono nella molteplicità degli aspetti umani e che ritengono di aggredire o distruggerne una parte, finiscono (e anche di questo la storia è testimone) per autodistruggersi. La spinta necrofila una volta attivata diventa inarrestabile.
Fromm ben teorizza in tal senso, ravvisando nell’umanità due opposte tendenze: l’amore per la vita e l’amore per la morte. In “Fuga dalla libertà” tracciando una linea di chiara demarcazione tra le due potenzialità, evidenzia come la prima sia l’unica vera via verso la libertà, con l’emancipazione dalla schiavitù e dalla dipendenza “dal grembo materno”, mentre la seconda da quella ne rifugge. Così la libertà negata finisce col segregare l’individuo e la società, soggiogandoli all’autoritarismo, alla distruttività o, nella ipotesi non meno grave, a quel conformismo, che altri non è che il lento, inarrestabile annullamento dell’identità individuale. Egli afferma: ”… se la natura ha disposto che si esca dal grembo materno per entrare nel mondo, tale stortura (ovvero la necessità del ritorno al grembo) fa sì che si sfugga alla vita …” e ancora “… la vita ha un proprio dinamismo interno, tende a crescere, ad essere espressa, ad essere vissuta …”.
In termini dinamici possiamo ravvisare nella libertà una forza centrifuga, tendente ad espandersi e per questo onnicomprensiva, mentre nella rinuncia alla libertà una forza centripeta, tendente a restringersi sempre più fino a chiudersi su se stessa. Quando questo accade sia in un individuo che in una società la concezione del mondo è così limitata e limitante da ritenere il territorio egocentrico l’unica possibile realtà. La parte che nega il tutto è come un pianeta che neghi l’universo.
La conseguenza più grave del razzismo è proprio questa interdizione alla visione e comprensione della totipotenza umana.
Al contrario il pensiero che supera il ghetto razziale intravede quella che è l’unica possibilità d’una civiltà che vuole definirsi tale: la comprensione coalizzante fra tutte le razze e culture umane. Quella che per Martin Luther King, premio Nobel per la pace del 1964, avrebbe dovuto essere la “beloved community”o comunità d’amore.
Ma l’America di quel tempo, teatro delle vicende narrate nel romanzo di Nadia Angelini, è ancora lontana dall’armonizzazione di tutte le sue culture. Vigono le norme segregazioniste, che negano non tanto la libertà quanto la dignità della comunità afro-americana. Questa è vista inesorabilmente come una razza inferiore e decadente, inadeguata a tenere il passo con il progresso d’una società bianca plutocrate e onnipotente. Lo stesso appellativo dato alle regole segregazioniste di “Leggi di Jim Crow”, prendendo a modello la maschera d’un personaggio di nero malmesso e disgraziato, implicava il palese disprezzo per quel popolo che nemmeno una sanguinosa guerra di secessione era riuscita ad affrancare dall’immagine di selvaggi appena civilizzati.
La battaglia non-violenta, sul modello di quella Gandhiana, per i diritti civili condotta da Martin Luther King per tutta la vita fino alle estreme conseguenze con il suo assassinio, avvenuto il 4-4-’68, scuote la coscienza non solo del paese ma di tutto il mondo occidentale.
L’America si spacca in due tra un diverso atteggiamento progressista e umanitario e una rinnovata latente diffidenza verso tutto ciò che si percepisce come una minaccia alla sua identità culturale. E’ il lungo arco di tempo cosparso d’eventi sanguinosi: l’assassinio di Kennedy, che per primo aveva appoggiato Martin Luther King nel disegno dell’emancipa-zione nera, la guerra in Vietnam, la guerra fredda con la caccia alle streghe comuniste. Emblematico di questo periodo è il film, girato nel ’67, di “Indovina chi viene a Cena”. La coppia dei genitori bianchi, interpretati da Spencer Tracy e Catherine Hepburn, incarna quella parte d’America evoluta e ben pensante, che si rende conto, messa di fronte all’evidenza delle sue contraddizioni, d’essere ancorata ad una marea di pregiudizi. Nel breve spazio d’un giorno questi dovranno scegliere o l’inevitabile rottura con i figli (ovvero con il loro stesso futuro) o la ricomposizione della frattura tra gli opposti, ovvero tra passato e presente, tra nero e bianco, facce diverse e uguali della stessa realtà umana. In un clima di crescente, fiduciosa attesa sarà l’amore per la vita a far pendere il piatto della bilancia dalla parte della vera libertà.
L’America del Nuovo Mondo comincia ad intravedersi ma il cammino verso l’emancipazione dalla schiavitù dei pregiudizi è appena cominciato. Dovrà attendere circa cinquant’anni per vedere nel 2008 salire alla Casa Bianca Obama, il primo presidente afro-americano.
Anch’egli come Martin Luther King, per uno strano disegno del destino, verrà insignito dello stesso Nobel per la pace nel 2009, solo una manciata di giorni fa.
Paola Cipolla


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