di Antonia Chimenti
Quando si accettano i compromessi, il processo è inarrestabile. Per il peggio!
Oggi la coerenza è giudicata testardaggine, mancanza di apertura, e chi la esercita, soprattutto nel comportamento, nello stile di vita, è condannato a giustificare “ai più” ogni sua azione.
Perché in democrazia si deve spiegare tutto, altrimenti non si è democratici; e siccome in democrazia “la ragione dei più” determina la valenza positiva o negativa dei fatti, chi non pensa come la maggioranza è antidemocratico. Anche nelle questioni che riguardano la sfera più intima e più personale dell’essere. Anche in ciò che riguarda la sfera della coscienza.
Le polemiche sono arcinote, ripetitive, noiose. Per la questione dell’aborto, ad esempio, si obietta che se non si abortisce legalmente, c’è l’aborto di serie A, perfetto, elegante, asettico e l’aborto di serie B, pericoloso, approssimativo, artigianale.
Un personaggio della politica disse una volta: “I figli non sono fiammiferi che si accendono”. A questo personaggio rispondo: “I figli non sono fiammiferi che si spengono”.
La miseria del nostro tempo, peggiore della povertà che si vuol combattere, è strettamente collegata con un eccesso di processi analitici. Si analizza, si perde tempo a cavillare, come tanti studiosi del codice.
Ma il buon avvocato non ha bisogno del codice. Fa una buona causa e la vince perché è “in gamba”!
Nelle questioni morali una cosa è buona o cattiva. Non ci sono vie di mezzo.
L’embrione è vivo se era vivo l’amore che lo ha “prodotto”; è vivo nella coscienza sana dei due componenti della coppia al loro primo incontro.
Delle scelte sane in fatto di maternità e di paternità implicano la salute fisica, mentale, psicologica e soprattutto spirituale della coppia.
Se io “uso” l’altro, non lo amo e non lo rispetto. Se mi faccio “usare” non amo e non rispetto me stesso.
Se poi la natura non mi consente la maternità o la paternità non ne faccio un cruccio o, peggio, una malattia, un “falso problema”. Cerco di esercitare la mia paternità e la mia maternità ad un livello ben più elevato di quello biologico. Non faccio il giro delle cliniche. Mi apro alla “morale aperta” di bergsoniana memoria e contribuisco ad edificare una “società aperta”, dunque ben più evoluta, oltre il ristretto ambito della famiglia. Aiuto chi ha bisogno, cerco di rendere meno brutto il mondo che, altrimenti, tenderà a rassomigliare sempre più ad un grande ospedale o, quel che è peggio a un cimitero.

Commenti