“Friendship”, “Dear friends”, “You are my friend, isn’t it?”, “This is my friend”.
La parola “amicizia”, “amico” è condita in tutte le salse e compare improvvisamente in vari contesti: nei discorsi ufficiali alla televisione, nelle conferenze, nei rapporti di lavoro, quando un canadese anglofono mostra di apprezzare una professionalità seria e rigorosa, che va oltre i “doveri d’ufficio” e non cela l’umanità di fondo.
Si stabiliscono allora dei rapporti privilegiati. Queste persone vorrebbero che l’oggetto della loro stima fosse sempre con loro, con le loro famiglie, con i loro figli e sono gelose quando scoprono che si è umani perché si è scelto di essere tali con tutti, indistintamente. La professione di educatore lo implica. E soffrono come bambini perché non hanno l’esclusiva.
L’amicizia è un’altra cosa. E` un sentimento nobile e puro che a pochi e in rari casi della vita è dato di provare e di trovare. Bisogna esserne degni e per esserne degni si deve soffrire molto. L’amicizia è più importante dell’amore o di quel suo surrogato che gli esseri umani credono di trovare dietro l’angolo, ogni qualvolta si creano situazioni che favoriscono quest’illusione.
Albert Camus, che ha molto “amato”, nel senso nobile del termine e in quello più sbarazzino, si lamentava di non avere un amico, una persona che, nel suo caso, capisse il suo “lato oscuro”, quella parte che, forse, fa paura, ma che è la più autentica in ognuno di noi. Solo i veri amici riescono a coglierla, ad accettarla, ad amarla, istintivamente.
Buon Natale in compagnia di veri amici!

Antonia Chimenti

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