Vent’anni fa i droni stavano nei film di fantascienza. Oggi vengono usati in Afghanistan, Somalia, Yemen, Pakistan (per citare quelli noti e riconosciuti). I piloti statunitensi li guidano da migliaia di chilometri di distanza, seduti nel loro ufficio. Qualche settimana fa Der Spiegel ne ha intervistato uno: la sua carriera ha subito un arresto quando ha chiesto al suo comandante “Oh-oh, abbiamo appena ucciso un bambino?”. “No, era un cane”, ha risposto il comandante. Turbato dall’avere ucciso un rarissimo esemplare di cane che cammina su due zampe, il pilota dopo qualche mese ha mollato il lavoro. La notizia di questi giorni è che l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulle vittime civili degli attacchi con i droni. Intanto l’attività ferve (in Yemen, cinque attacchi in cinque giorni, e ci sarebbero due bambini morti). I droni sono una strana creatura per il diritto internazionale (a quale titolo compio “omicidi mirati” in uno Stato a cui non ho ufficialmente dichiarato guerra? e analoghe domande). E non se ne parla, qui da noi, quasi mai. Il Washington Post ne parla, ottime risorse sono Democracy Now e War Costs. Scoprite i droni, prima che i droni scoprano voi. E speriamo che la commissione ONU possa fare luce sulla sorte dei cani a due zampe che, ogni giorno, potrebbero sentire il rumore di un drone che si avvicina. E poi più niente. (Cecilia Strada, 26 gennaio2013)
Onu contro gli Stati Uniti: “Quei droni uccidono i civili”
“Fermate gli attacchi con i droni in Pakistan”
Le Nazioni Unite iniziano un’inchiesta sull’uso dei droni da parte dell’Amministrazione Obama e al tempo stesso si dividono sulla scelta di adoperarli per sostenere la missione dei Caschi Blu nella Repubblica democratica del Congo.
Le contrapposte vicende aiutano a comprendere quanto l’intensificazione dell’utilizzo degli aerei senza pilota stia condizionando l’agenda del Palazzo di Vetro. L’indagine è guidata da Ben Emmerson, titolare delle inchieste Onu sui diritti umani, che assieme a Christof Heyns, «special rapporteur» sulle esecuzioni extragiudiziali, si avvia a esaminare gli attacchi dei droni della Cia e del Pentagono in Pakistan, Yemen e Somalia. La task force, che opererà dalla sede Onu a Ginevra, estenderà l’inchiesta agli attacchi con i droni lanciati dalle truppe britanniche in Afghanistan e da quelle israeliane a Gaza: in tutto si tratta di 25 episodi, selezionati in base al sospetto che abbiano causato vittime civili violando le leggi internazionali.
Poiché i droni sono l’arma centrale nella strategia Usa contro il terrorismo, la Casa Bianca si prepara al duello: un team legale sta confezionando il manuale sulle «regole dei droni» in base alle quali vengono lanciati gli attacchi. Il presidente Obama avrebbe identificato due criteri-cardine per autorizzare i droni a colpire i terroristi della «Kill List» dell’intelligence: la «certezza dell’identità dell’obiettivo da eliminare» e l’«immediato pericolo che pone per la sicurezza degli Usa». John Kerry, segretario di Stato in pectore, davanti al Senato mette comunque le mani avanti: «I droni non fanno una politica estera».
Il braccio di ferro giuridico che si annuncia fra il Consiglio Onu sui Diritti Umani e l’Amministrazione Obama si sovrappone alla crisi dei droni in atto al Consiglio di Sicurezza sull’ipotesi di inviarli a sostegno della missione Monusco in Congo. Sebbene in questo caso si tratti di droni disarmati, le fibrillazioni non sono da meno. Tutto è iniziato quando il Dipartimento del «Peacekeeping» dell’Onu ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di dotarsi di un numero limitato di droni – da 3 a 5 – per rendere più efficiente la sorveglianza sulla ricca regione mineraria del Nord Kivu infestata dai guerriglieri del M23. I 17.500 Caschi Blu vogliono giovarsi dell’intelligence dei droni per braccare i guerriglieri aumentando la protezione dei civili. Il Dipartimento di Stato Usa è favorevole, sostenuto da gran parte degli europei, ma i Paesi africani hanno sollevato vivaci obiezioni.
Il Congo ha espresso il timore di «intrusioni colonialiste», il Ruanda e l’Uganda – sospettate di avere inviato truppe nel Kivu – hanno aggiunto dubbi sulla gestione delle informazioni raccolte dai droni, in quanto solo pochi Paesi sono in grado di raccoglierle. Poiché il Ruanda siede in Consiglio di Sicurezza la vicenda ha paralizzato i lavori fino al passo indietro, compiuto lunedì dal presidente Paul Kagame che da Kigali ha detto: «Fateli usare». Uno dei compromessi di cui si discute al Palazzo di Vetro riguarda l’eventualità che i droni disarmati dei Caschi Blu vengano affittati non da singoli Stati ma da società private, al fine di rassicurare le capitali africane, inclusa Pretoria. Se l’accordo verrà trovato si tratterà della prima missione Onu dotata di veicoli senza pilota e ciò potrebbe portare a ripetere in tempi stretti l’esperimento anche su altri scenari: dal Darfur sudanese alla Somalia. Ma proprio tale prospettiva aumenta le resistenze africane.
Maurizio Molinari corrispondente da new york
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