Dopo la Costituzione, l’unione fra le culture.
Ciampi: la formazione dovrà estendersi al continente

di Gabriele Silvestri

C’era una volta Vittorio Emanuele II e i suoi Fratelli d’Italia, che il re accolse bonariamente sotto la propria protezione-dominio. E c’erano una volta gli Italiani che, rapiti in stato di semicoscienza, si risvegliarono a combattere nella Babele di una trincea; siciliani, lombardi, toscani, tutti, per forza di cose, Italiani. E ironia della sorte, in circostanze così drammatiche, questo eterogeneo e multiforme calderone di genti fece di necessità virtù, e riuscì divenire un popolo.
Oggi, a quasi 150 anni di distanza, questa storia mai troppo lontana ci fa ritrovare nella nostra capitale una nuova Teano. Il piccolo paese campano, teatro dell’incontro più significativo nel cammino dell’unificazione italiana, sembra rivivere ora in una Roma tutta europea che, con le dovute differenze, diviene la culla di una nuova realtà, il cui sviluppo e consolidamento andrà a beneficiare, se le premesse avranno buoni riscontri nel concreto, di un’accelerata notevole e determinante grazie alla firma della prima Costituzione continentale.
Ad ogni modo, il paragone storico risulta veramente opportuno se si considerano le difficoltà a cui gli Europei di oggi e di domani dovranno ovviare; queste, più o meno analoghe a quelle affrontate a suo tempo dalle varie comunità italiane, dovranno essere una vera e propria chioccia, da cui bisognerà imparare per gettare le fondamenta di un castello che è finalmente stato “costituito”, ma per adesso, solo con le carte da gioco. Si vuol sperare che non sarà necessaria un’altra guerra per creare l’amalgama, né il riconoscimento di alcun nemico comune; quindi, per evitare questo, occorrerà lavorare al fine di sviluppare, in primis, un serio programma di unificazione culturale, partendo dall’intensificazione dei rapporti di ravvicinamento, condivisione e scambio fra i vari popoli europei.
Chi più di tutti appare convinto di tale progetto è Carlo Azeglio Ciampi, che in varie occasioni ha mostrato di tenere particolarmente alla questione europea. Il Presidente ha rivolto l’interesse in special modo alle nuove generazioni, le quali, ricevuta in eredità l’unione politica, avranno il compito di fare da pionieri, e indirizzare l’Europa tutta verso il consolidamento attraverso le proprie esperienze di scambio culturale. A tale proposito, inoltre, egli ha sottolineato a più riprese l’importanza di estendere la formazione dei giovani in senso continentale, favorendo gli studenti per periodi di studio all’estero anche per quanto riguarda le scuole medie e superiori, sulla scia del progetto “Erasmus”. Anche Bruxelles pare condividere la stessa idea, data la dichiarazione secondo la quale dal 2007 i fondi per Erasmus saranno triplicati. Il messaggio è chiaro: occorre che i cittadini dei diversi Stati membri conferiscano concretezza all’Europa finora “cartacea”, e al fine di ciò ben venga l’allargamento del progetto a ragazzi anche giovanissimi, da cui dovrà essere compiuto il primo passo per poi fungere da modello e da spunto per le generazioni successive.
E’ ben inteso, però, che questi giovani studenti non dovranno subire l’ingrato compito di andare allegramente allo sbaraglio per meglio indirizzare gli europei del futuro, come una sorta di fratello maggiore che precede gli altri battendo la testa al loro posto. Questi ragazzi dovranno essere diretti, aiutati, anche un po’coccolati, ed abituati in modo sereno ad un’idea, come quella della formazione all’estero, che rappresenta per loro una grande novità, ma che per gli studenti futuri dovrà diventare gradualmente un concetto comune, se non addirittura un passo obbligato e necessario per la crescita di ogni individuo.
Sono evidenti, d’altro canto, i molteplici vantaggi, immediati e tangibili, che un’iniziativa del genere è in grado di offrire. In particolar modo essa gioverebbe agli studenti italiani, purtroppo digiuni di questo tipo di esperienze, la cui preparazione è principalmente teorica e, sfortunatamente, in molti casi anche mediocre. Infatti, abbandonati i banchi nostrani per un periodo di studio in un Paese europeo, i nostri ragazzi avrebbero occasione di arricchire largamente il proprio curriculum, mediamente molto magro fino ad una determinata età. Purtroppo il Bel Paese è tra gli Stati europei che meno incoraggiano l’attitudine al lavoro dei più giovani; vicini come la Francia, la Germania e i Paesi scandinavi mettono a disposizione dei loro studenti numerose opportunità e agevolazioni, di cui anche i nostri, in virtù della comune causa europea, potrebbero beneficiare acquisendo varie esperienze lavorative, dalle più usuali a quelle complesse, e magari neanche presenti in madrepatria; il tutto, ovviamente, considerando reciprocamente la relazione, offrendo agli studenti stranieri tutto ciò che il Paese ha da offrire.
D’altra parte non è da sottovalutare, a prescindere dai possibili percorsi lavorativi, la facilità con la quale gli studenti italiani si troverebbero a padroneggiare le lingue straniere, che per quanto possa valere l’impegno profuso nello studio, sono solitamente biascicate a scuola in modo astratto e con accento da libro di testo. Si tratterebbe di imparare davvero una lingua; non la sua grammatica, ma una lingua di vita quotidiana. Imparare a comunicare, senza singhiozzi da capitoli arretrati, senza incertezze di pronuncia. E a poco a poco, si arriverebbe a sfatare quel fastidioso mito nostrano del parlare “maccheronico”, attributo che da sempre segna, evidentemente, lo stereotipo dell’italiano “buona forchetta” e cattiva preparazione. Si potrebbero avere, finalmente, studenti smaliziati, estremamente disinvolti nel giostrare tra inglese e spagnolo, francese e tedesco, e perché no, anche lingue non “tradizionali” come quelle baltiche, quelle scandinave o quelle slave, la cui conoscenza è poco diffusa al di fuori delle rispettive aree di influenza, e a cui purtroppo, ad oggi, non ci si può approssimare se non attraverso studi universitari specializzati.
Ma l’aspetto più vantaggioso di un tale progetto non è da ricercare strettamente nel campo delle esperienze lavorative e dell’apprendimento, bensì nell’importante opportunità di introdursi personalmente in una realtà diversa dalla propria e di riuscire ad averne coscienza. Si tratta di uno dei punti peculiari del programma, sia per quanto riguarda il cammino verso l’identità europea, sia per quel che concerne la formazione del singolo individuo. Infatti conoscere un Paese fino in fondo significa comprendere le sue leggi, i suoi costumi, esaminare le sue istituzioni; osservare una società differente, i suoi punti forti e quelli deboli; e nel contempo, carpirne i segreti e fare tesoro dell’esperienza, per ricavarne spunti di riflessione in virtù di un confronto obiettivo con la propria realtà nazionale. Non sarebbe male, ad esempio, in pieno clima di metamorfosi scolastiche più o meno valide, guardare ai “vicini” e portare i riflettori sul campo dell’istruzione: valutare il loro sistema, le loro strutture, i loro programmi e le loro iniziative, fino ad analizzare più propriamente i metodi di insegnamento e di studio. Vi sono Stati come la Francia, dove ogni studente viene indirizzato verso un determinato percorso didattico dagli stessi docenti, veri conoscitori delle potenzialità e delle attitudini di un ragazzo; e vi sono Paesi nordici, come la Danimarca, che forniscono gratuitamente i libri di testo, e dove le scuole rappresentano molto di più di un luogo di studio, con strutture enormi, articolate, che offrono agli studenti l’opportunità di fare sport, di darsi alla musica, al teatro e a mille altre attività che in Italia è possibile praticare solo privatamente. Ma il mondo scolastico è solo uno dei tanti volti della realtà in cui gli studenti “viaggiatori” andrebbero a trovarsi; volti da cui potrebbero imparare molto più di una lingua o di una professione che, ad ogni modo, non è certo roba da poco considerata l’alta percentuale di laureandi e laureati che si trovano senza occupazione. Questi ragazzi, insomma, arriverebbero alla maggiore età con una serie di carte in più da poter giocare; sarebbero aperti a maggiori opportunità sia in Italia che all’estero, senza considerare ancora un’eventuale preparazione universitaria. E nel contempo, esportando la propria cultura e importando quella altrui, essi porrebbero, senza accorgersene, un piccolo mattoncino dell’Europa che sarà.
Perché il senso dello scambio culturale è proprio questo: condivisione e confronto. L’Europa può contare su una potenziale sinergia di popoli che non avrebbe eguali nel Pianeta: essa è una fucina di culture, di idee, di tradizioni l’una diversa dall’altra, e il prenderne coscienza, il condividerle rappresenterebbe un incredibile vantaggio sulle altre potenze mondiali. Pertanto è infondata quella paura di stampo conservatore che pervade coloro i quali rifiutano l’identità europea per timore di perdere quella nazionale. “La formazione di un senso di appartenenza all’Europa e alle sue istituzioni” ha sottolineato il Presidente Ciampi “non sostituisce la cittadinanza nazionale ma ne è naturale sviluppo; rafforza il richiamo ai doveri della cittadinanza e la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini nelle singole realtà nazionali”. La ricerca e l’affermazione dell’identità europea non presuppone la rinuncia, da parte dei popoli membri, delle proprie tradizioni e della propria storia; questo appare impossibile come imporre a un napoletano di rinunciare alla pizza per mangiare solo polenta. Ciò non avviene, ma è possibile trovare ugualmente tali pietanze nella dieta di meridionali e di settentrionali, come risultato di uno scambio culturale pacifico e consenziente.
Di conseguenza, ciò che si realizza è l’esatto contrario: i popoli europei non vengono costretti a rinnegare la propria identità, ma hanno invece l’occasione di rafforzarla. Essi hanno infatti occasione di mettersi in discussione, di esportare se stessi e la propria cultura confrontandosi con un’altra cittadinanza, spinti non dal desiderio di prevalere sull’altro, ma da quello di prendere coscienza di ciò che si è, di ciò che è il “vicino”, e di trovare le linee comuni necessarie a creare, in futuro, un’unione reale, solida, pacifica, e che possa mirare a guidare il Mondo.

Testo Vincitore III edizione del Premio “CAMPANIA EUROPA”

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