Le differenze di genere dal punto di vista lavorativo hanno conseguenze sulla vita dei singoli ma anche sull’economia. Ecco perché l’Unione Europea si prepara a proporre una direttiva internazionale per gli stati membri.

La giornata internazionale della donna è passata da poco più di 2 settimane. Ma il Parlamento europeo quest’anno ha deciso di occuparsi del ‘secondo sesso’ (come lo aveva definito la scrittrice e filosofa femminista Simone De Beauvoir) per più di un solo giorno. E si è impegnato a organizzare un dibattito sulla disuguaglianza salariale tra i due generi.
I rappresentanti dei 27 stati membri hanno è parlato innanzitutto delle quote. Con risultati a dir poco preoccupanti. Secondo le stime, infatti, a questo ritmo ci vorranno ancora 40 anni per raggiungere un certo equilibrio di genere all’interno delle alte cariche politiche e aziendali. “Per questo- ha sottolineato la vicepresidente della Commissione, Viviane Reding- è arrivato il momento di agire”. In realtà non ci sono ancora proposte di legge al riguardo, e si è già consapevoli delle numerose difficoltà che si incontreranno durante l’iter legislativo. Ma gli obiettivi sono posti: aumentare la rappresentazione femminile del 40% negli organi di gestione delle imprese e del 50% in quelli di tipo elettivo, riducendo anche le differenze di salario tra uomini e donne. Il tutto entro il 2020.
Non solo quote dunque, ma anche eliminazione dello squilibrio tra stipendio di un uomo e stipendio di una donna. Diminuzione della discriminazione di genere nel mercato lavorativo. Lavorare da un punto di vista legislativo è importante, ma prima di tutto sarà fondamentale agire sulla coscienza sociale. Senza un cambio culturale e il superamento degli stereotipi non si potrà arrivare a nessun miglioramento delle condizioni lavorative della donna. Il primo passo, come affermato dall’eurodeputata socialista danese Britta Thomsen, sarà “superare la concezione secondo la quale la donna deve combinare il lavoro e la responsabilità domestica”, per permettere che uomini e donne competano equamente nel mercato del lavoro.
I dati Eurostat parlano chiaro: in media in Europa una donna guadagna il 17% in meno di un uomo, spesso nonostante le sue mansioni siano identiche a quelle maschili. Ma le differenze tra uomini e donne si notano soprattutto analizzando i dati in profondità. Il 31% delle donne hanno un lavoro part-time, contro l’8% degli uomini, e tendono a interrompere la carriera lavorativa sia per motivi personali che a causa di quel che viene definito il “tetto di cristallo”, cioè le difficoltà maggiori che le donne incontrano sia per salire di livello che per percepire un salario più alto. Tutto questo nonostante le donne abbiano un livello di formazione maggiore degli uomini (il 60% degli universitari in Europa è costituito da donne).
Non tutti però sono d’accordo sul fatto che la situazione sia da cambiare. Catherine Hakim, sociologa della London School of economics, per esempio, sostiene che le differenze di genere dal punto di vista della carriera siano normali. “Le donne prendono liberamente la decisione di non dedicarsi totalmente al lavoro perché hanno altri interessi”. Karin Enodd, presidentessa del Comitato delle donne della Confederazione europea dei sindacati, al contrario, assicura che “le donne che lavorano part-time o rinunciano ad incarichi di alto rango non sempre lo fanno per scelta propria”.
Sta di fatto che le differenze di retribuzione rendono le donne meno indipendenti degli uomini. E, come sottolineato da Viviane Reding, “ha delle conseguenze anche sui risultati economici delle imprese e sull’economia nel suo totale. Infatti, se la media di donne che lavorano (attualmente al 59%) si avvicinasse a quella degli uomini (73%), il Pil aumenterebbe del 30% e si potrebbe sostenere in maniera più adeguata il sistema pensionistico”.
La crisi attuale potrebbe essere un incentivo, per l’Unione Europea, a prendere decisioni su questo e su molti altri temi. Utilizzando tutti gli strumenti che ha a disposizione.
Per ora la Commissione europea ha aperto una consulta popolare su diverse proposte legislative: istituzioni e individui potranno votare fino al 28 maggio. In autunno poi la commissione farà una proposta legislativa che verrà presentata in Parlamento e al Consiglio. (Di alessandra modica • 20 mar, 2012)

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