Screenshot 20251210 201102 Docs - L’inverno dei leoni

 

 

Recensione

Questo poderoso romanzo – 665 pagine – di Stefania Auci, per la Casa Editrice Nord, 2021, costituisce il seguito de I leoni di Sicilia, uscito nel 2019, primo importante tomo che l’autrice ha dedicato alla saga dei Florio, una della famiglie siciliane più ricche e note tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo.

Alla fine del Settecento, due fratelli calabresi, Paolo e Ignazio, partirono da Bagnara Calabra alla volta della Sicilia, e a Palermo aprirono una misera putìa, il negozietto di spezie da cui germoglierà la rigogliosa fortuna dei Florio, grazie a molteplici rami di attività – il commercio di zolfo, le tonnare, una compagnia di navigazione, una fonderia – e alla ricchezza immobiliare via via accumulata. Il figlio di Paolo, Vincenzo, dopo la morte del padre e dello zio, espanse ulteriormente il raggio dei commerci, allargandoli al tabacco, al cotone, avviando la produzione di Marsala e cognac, costituendo una banca privata, spingendo i piroscafi della sua compagnia di navigazione fino alle coste atlantiche dell’America. Alla sua morte, nel 1868, le redini della famiglia e degli affari passarono nelle mani del figlio Ignazio, e da lì il racconto prosegue ne L’inverno dei leoni.

Non mi soffermerò sulle tappe esaltanti di un’ascesa economica e sociale realizzata anche attraverso la trasfusione, di generazione in generazione, di sangue blu nelle vene dei “facchini” che, nonostante i picciuli, continuavano a “puzzare di sudore”… Il romanzo la racconta magistralmente, come pure descrive l’inevitabile discesa dei Florio dopo aver raggiunto l’apice del successo, il crollo, lo sgretolarsi di un impero e della sicurezza economica di tanta gente a esso collegata. Preferisco invece concentrarmi su alcuni personaggi di questa saga, specie sulle donne: della severa Giuseppina, moglie di Paolo, si dice ne I leoni di Sicilia, e così pure della coraggiosa Giulia, anticonformista per i tempi, innamorata moglie di Vincenzo, che pure ritroviamo nelle prime pagine de L’inverno dei leoni. Ma qui in primo piano restano altre due: Giovanna d’Ondes Trigona, moglie di Ignazio e, soprattutto, Francesca Paola Jacona di San Giuliano, passata alla storia come donna Franca, moglie di Ignazziddu.

Un elemento sembra accomunare le donne della dinastia, e cioè l’amore incondizionato per i mariti, anche se per alcune di loro quella devozione ostinata ha finito per risultare una maledizione. A Giovanna, ad esempio, Ignazio riuscì a riservare solo un tiepido affetto, benché le sia rimasto sempre fedele. Ma la fedeltà non è del corpo, bensì della mente, e lui nel cuore conservò sempre il ricordo di un antico amore a cui aveva rinunciato in nome di ciò che aveva ritenuto più conveniente per a’ famigghia, e cioè un matrimonio di rango che conferisse ai Florio onore e rispetto. L’unico tentativo di Ignazio di riaccostarsi alla donna che non aveva mai smesso di amare – per la quale forse, a quel punto, avrebbe trovato il coraggio di rinunciare a Giovanna – era naufragato di fronte al fermo diniego di lei, ancora ferita e offesa per l’abbandono, da cui era anche scaturita la perdita di un figlio. Poi è arrivata la morte, a suggellare la definitiva separazione dei due. E così Giovanna ha dovuto accontentarsi per tutta la vita di un amore a metà, consapevole che i pensieri del marito erano rivolti altrove. Atterrita dalla prospettiva di poter diventare come sua madre – obesa, penosamente ansimante sui bastoni che la sostenevano, con le carni sudate tracimanti dagli abiti –, il corpo di Giovanna non ha mai smesso di urlare il proprio disagio: il rifiuto del cibo, i dolori all’addome, la nausea, il vomito procurato erano altrettanti sintomi di un disturbo che oggi non esiteremmo a includere tra quelli del comportamento alimentare. Ma Ignazio si mostrò sempre indifferente al dolore della moglie e rimase concentrato sull’orizzonte dei suoi affari, che crescevano anche grazie all’acquisto delle isole Egadi finalizzato al sostegno dell’industria del tonno, e ad altre iniziative imprenditoriali, tra cui l’impianto di un opificio di tessitura. Ignazio era un imprenditore che, come suo padre, aveva cura dei suoi operai; era quasi un Owen siciliano. Poi la tragedia irruppe nella famiglia, con la scomparsa del primogenito Vincenzo: «A una madre che ha perso un figlio non restano che le lacrime e la voglia di morire».

Alla morte prematura del padre, toccò quindi al secondogenito Ignazziddu rilevare l’impero. Lo fece con molte incertezze e con troppe spavalderie che, alla lunga, si rivelarono fatali. Sua moglie Franca risulta, a mio parere, il personaggio più interessante della storia. Bellissima e timida, sposò Ignazio a diciannove anni, cinque meno di lui, e fu romanticamente innamorata del marito. Lui però voleva sentirsi libero, voleva vivere, non voleva “fare la fine di suo padre”, schiacciato dal lavoro e dalle responsabilità. E s’impegnò a realizzarlo, Ignazio, il manifesto dei suoi propositi: con la moglie abitò in ville eleganti, frequentò sale da ballo e foyer di teatri, visitò le più belle capitali europee, villeggiò in Costa Azzurra e sulle montagne austriache, passeggiò sulla tolda dei suoi yacht. Ma, soprattutto, cercò gioia e godimento tra le braccia di innumerevoli amanti, di cui Franca seppe sempre, perché lui pagava il fio della colpa regalando ogni volta alla moglie gioielli preziosi e unici. Ignazio mostrò pochi scrupoli anche nella sua attività imprenditoriale: quando se ne presentò l’occasione, non esitò a strumentalizzare i lavoratori, il popolo e le idee socialiste per raggiungere i suoi obiettivi economici e politici; a tal fine fondò anche un giornale, L’ora. L’insofferenza reciproca e crescente tra Ignazio e il governo di Roma fu letale per i Florio: la sottrazione dei finanziamenti dello Stato finì per assestare il colpo decisivo alle loro attività e al loro patrimonio. Ignazio e Franca furono anche investiti da una sorte maligna, che portò via ben tre figli in tenerà età.

 

Mani incrociate sulle ginocchia, sul petto, mani su cui poggia il mento, dita incrociate davanti al viso, mani intrecciate ad altre mani; i personaggi di questo romanzo si affidano anche all’eloquenza delle proprie estremità. Lo fanno in dimore più o meno sontuose: all’Olivuzza, alle Terre Rosse, ai Quattro Pizzi, a Villa Igiea, a via dei Materassai, a Palazzo Florio a Favignana, oppure negli uffici, in strada, sulla riva del mare. Gesti e siti tipici costituiscono il contesto situazionale in cui si dipanano dialoghi efficaci, spesso interpuntati dal dialetto. Con i personaggi del libro percorriamo i saloni sontuosi delle ville, accarezziamo le tende di damasco color avorio, le consoles rigorosamente francesi, le tovaglie di Fiandra su cui fanno bella mostra di sé posaterie d’argento, caraffe di cristallo Baccarat o di Boemia, porcellane Limoge, caffettiere di manifattura napoletana. Attraversiamo stanze affrescate da Antonino Leto incrociando camerieri in livrea, proseguiamo attraverso salotti cremisi con lampadari in cristallo di Murano, vasi di porcellana cinese e lumi schermati da sete orientali… Siamo immersi in un lusso che non eravamo mai stati neppure capaci d’immaginare. Eppure sentiamo che nulla può contro il dolore di una perdita irrimediabile; sappiamo che, banalmente, anche i ricchi piangono, ed empatizziamo con loro. E improvvisamente – ma qui devo restringere la sensazione a me, data la sua specificità – sono investita dalla bellezza e dalla pulizia di un mondo senza inquinamento e senza plastica.

Personaggi che oggi si trovano nei libri di storia calcarono quelle sale come vezzeggiati ospiti. Tra gli altri, l’imperatore Guglielmo II di Germania, Edoardo VII del Regno Unito, l’imperatrice Eugenia, vedova di Napoleone III. La notorietà dei Florio, che li portò a frequentare anche i reali d’Italia, comportò pure l’avvicinamento a gente di malaffare, a tutela dell’integrità del patrimonio e delle persone.

Leggendo questo romanzo apprendiamo anche noi «la regola aurea che in Sicilia tutti imparano presto: a’ megghiu parola è chidda ch’un si dice», e che «in Sicilia, il peccato cui nessuno sfugge è quello di sapere e non poter parlare»… C’intenerisce la convinzione autoconsolatoria di Franca: a Palermo «non c’è neppure una coppia che possa dirsi fedele». Tuttavia lei non fu mai tentata da un altro uomo, non dal seduttore fascinoso Puccini, e neppure da D’Annunzio, che la corteggiò dispiegando tutto l’arsenale retorico del suo personaggio e la sua carezzevole verbosità sentimentalistica. Con gli anni Franca era diventata una donna «disinvolta ma controllata, elegante come nessuna, dalla conversazione brillante, arguta, intelligente, appassionata di musica e di arte, perfetta padrona di casa». Come poteva il vate restare insensibile al suo fascino?

Nel passaggio dalle carrozze alle automobili, alcune delle quali sfrecciavano con futuristico furore sul circuito delle Madonie per conquistare l’ambita Targa Florio, si consumava la fine della leggendaria casata, tra cessioni d’immobili, lettere di solleciti di pagamento, ipoteche. Intanto il rampollo Vincenzo, fratello di Ignazio, nella sua bolla di ricercata inconsapevolezza, continuava a organizzare competizioni sportive come la Perla del Mediterraneo, di motonautica. Tra un’amante e l’altra, Ignazio incappò in quella destinata a essere un amore vero, mentre Franca disperdeva le sue residue sostanze su tavoli da gioco privati e nei casinò di mezza Europa. La sua era «una solitudine in cui si sopravvive solo se si accetta di vivere in compagnia dei fantasmi».

Vincenzo ci offre una bella riflessione sulla paura: ne esistono due tipi, pensava. Una è quella paura esaltante che si prova mentre si corre in auto. L’altra è quella che «gela il sangue e i pensieri e cancella il futuro». Quest’ultima la sperimentava di fronte al lusso in cui era nato e cresciuto e che adesso stava per sparire. Ma non solo. «Il vero coraggio è vivere con un dolore incancellabile e farlo ogni giorno, andando comunque avanti», pensava Vincenzo. Proprio a quel dolore alludeva la cognata Franca riferendosi alla giovane moglie di lui uccisa dal colera: «Continuerai a chiederti cosa avreste fatto insieme, le parole che ti avrebbe detto, quando ti avrebbe sorriso. […] Una parte di te continuerà a vivere con lei, nella testa o nel cuore…in un luogo e in un tempo che non esistono». Ed è su queste righe che riusciamo a cogliere meglio l’universalità della nostra esperienza nel mondo, l’ordinario ripetersi, su questo pianeta, di passioni e verità uguali per tutti.

«E adesso, alla fine, cosa ci è rimasto, curò?» chiede Ignazio a un amico moribondo. «Perché, deve per forza rimanere qualcosa? […] La vita abbiamo avuto, Igna’», risponde lui.

In realtà qualcosa sembra rimanere, dopo aver chiuso le pagine di questo libro: il sentore, nell’aria, di un bouquet di note speziate, legnose e orientali. È La Marescialla, il profumo di Franca. La sua stella ha attraversato il cielo di Palermo illuminandolo a giorno, eppure a Ignazio non è bastato. Ma lei alla fine capisce: «l’amore non può vivere soltanto perché uno dei due lo vuole».

Devo ammettere di non gradire particolarmente le saghe familiari, né i romanzi più lunghi di trecento pagine. Devo pure rilevare, in questo, qualche sbavatura e qualche piccola incongruenza, soprattutto riferite alla cronologia. Ma dichiaro con entusiasmo l’indubbio talento di Stefania Auci; in quest’opera non si può non ammirare il rigore e la complessità di una ricostruzione storica imponente, che si è avvalsa di una documentazione ricca e minuziosa. Certo questo resta un romanzo, con situazioni e personaggi anche inventati, come tiene a precisare la stessa autrice. Ma ci fornisce un quadro efficace e suggestivo di quello che è stato. Buona lettura!

Cristiana Bullita

 

 

 

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