di Maddalena Rispoli

Nello stesso momento in cui il neonato emetteva il primo vagito acquisiva l’onore che avrebbe indossato come una seconda pelle per tutta la vita e non si poteva né logorare né dimenticare di averla sulle spalle. Sempre integra senza alcun buco. Era lecito rubare, uccidere, commettere le azioni più nefande ma mai perdere l’onore strettamente dipendente dai genitali maschili o femminili, dai comportamenti sociali in seno al gruppo, dalle parole rivolte a chicchessia.
La preziosità di questo aureo mantello trapunto di pietre sfavillanti apparteneva esclusivamente al proprietario che lo aveva indossato da sempre con la massima cura ed attenzione, badando bene di sciorinarlo ogni giorno davanti a tutta la gente che, tacitamente, doveva verificare se per caso qualche piccolo strappo si fosse rovinosamente prodotto. Sia uomini che donne erano in obbligo di morire ma non di sporcare il codice d’onore la cui più piccola macchia avrebbe richiesto l’intervento di un fiume di sangue per cancellarla davanti alla comunità che, coralmente, partecipava con soddisfazione alle pulizie di fondo. In questa rappresentazione teatrale gli attori si scambiavano le parti da protagonista a seconda del fatto da purgare: i componenti maschi della famiglia intervenivano a protezione delle donne di casa le quali, nel loro piccolo, sapevano anch’esse difendere chi avesse osato superare gli articoli del codice, mai scritto ma ben digerito da tutti.
Era ancora vivo nel paese, e si narrava a monito, il fatto di Totino “Purcedduzzu” a cui l’allevamento dei maiali era rimasto attaccato al collo come soprannome. In realtà questo mestiere lo aveva ereditato dagli antenati, porcari forse dall’epoca di Ulisse, e gli aveva fornito un discreto benessere economico nonché fratellanza quasi viscerale con questi animali: con essi parlava durante le lunghe ore di solitudine, con essi mangiava, con essi divideva la medesima sporcizia fino a quando, stanco di questa vita, aveva dato un rapido cambio alle sue giornate.
Aveva chiesto in moglie Assuntina, figlia strabica di Zì Nicola, vasaio provetto. La voce si era subito sparsa nel paese e gli sfottimenti avevano rallegrato molte serate degli uomini alla taverna e molte giornate delle donne al mercato mentre sceglievano tennerumi e milinciani.(foglie tenere della zucca lunga-melanzane)
Comunque sia, Totino impalmò Assuntina che fu condotta al talamo con tutte le carte in regola e le loro giornate si riempirono del solito lavoro e d’amore possessivo. La donna si recava poco in paese, ma alcune volte era costretta ad andare per scegliere la lana dall’unica mercantina che era situata accanto alla taverna e questo con grande disappunto del marito che non poteva intervenire, essendo uomo, in queste cose da fimmina.
Come fu e come non fu, un bel giorno Ninuzzu Battitacco (detto così perché prima di consumare le sarde salate le batteva nel tacco onde togliere il sale superfluo) sparì dalla circolazione senza lasciare traccia. La Legge lo cercò per ogni dove ma niente, fino a quando nella porcilaia di Totino non fu rinvenuta una scarpa dello scomparso. Gli interrogatori del Commissario furono lunghi ed estenuanti prima di giungere alla verità nuda e cruda espressa con molta calma e con la dignità del giusto.
“Si era pemmesso di offririci un bicchieri di vinu alla mia signora, comu si mia mugghiera fussi una fimmina baldracca.”
“Ho capito -incalzava il Commissario- ma il corpo che fine ha fatto”
“Che ci devo dire, Voscenza, la fine che doveva fare. Lo tagliai a pezzi e ai porci come a lui ce lo detti a manciari,almeno i mischini hanno goduto e il mio onore lavato fu!”
Il paese partecipò molto all’avvenimento, si formarono due partiti: i pro Totino e i Pro Ninuzzu per dipanare un dilemma:
“Era lecito offrire un bicchiere di vino alla donna di un altro? Era offesa d’onore?” Alla fine si stabilì che Totino non avrebbe potuto fare diversamente e la faccenda fu chiusa.
Capitava che due ragazzi innamorati non potessero coronare il loro sogno d’amore perché ostacolati dalle magre finanze dei genitori i quali non avrebbero potuto offrire il pranzo di nozze secondo le convenienze. Il problema si risolveva con la “fuitina”, deus ex machina della situazione.
Anzitutto serviva una zia o comare fidata e di buon costume che fosse disposta ad ospitare la coppia per tre giorni, il tempo necessario perché la gente potesse credere che i due colombi avessero consumato le formalità di rito, nel contempo però la signora avrebbe attuato una rigida guardianìa alla virtù della ragazza (se essa infatti avesse ceduto alle brame del ragazzo poteva rischiare di non essere più sposata dall’innamorato poiché considerata di facili costumi), poi era necessario un amico compiacente che fornisse l’automobile su cui ricoverare i due e condurli al luogo prescelto, infine si dovevano stabilire tempi e luoghi. Il momento più opportuno era quello della Messa del primo pomeriggio, quando il caldo era più oppressivo e dunque non c’era tanta gente per strada ma un numero di persone sufficienti per assistere al ratto.
La madre avrebbe accompagnata la figliola in Chiesa ed all’uscita sarebbe stata rapita tra urla e disperazione delle due donne ed indifferenza degli astanti i quali avevano già annusato l’aria di rapimento. Il perdono ed il successivo matrimonio castigato e senza chiasso avrebbe concluso tutta l’operazione. Non sempre però la ragazza era d’accordo al ratto, capitava che l’innamorato fosse stato respinto ed ecco che, in questo caso, il rapimento diveniva forzato per la povera donna che avrebbe dovuto per convenienza acconsentire alle nozze riparatrici o subire il disonore davanti a tutto il paese.
Studiando all’Università una materia molto interessante, Antropologia Culturale, rimasi molto sconcertata quando appresi che tale uso era abitudine presso alcune popolazioni indie del Sud America, le quali avevano il ratto come sistema spiccio di matrimonio. E, d’altro canto, la Storia Romana non ci insegna che le prime vittime dell’assunto:
“Donna, subisci e taci” furono le povere Sabine che videro una festa divenire tragedia? Naturalmente è bene tralasciare la mitologia con Giove in testa, infaticabile ed insaziabile consumatore di femmineo sesso. E che dire dell’uomo che per sua sventura avesse sposato una femmina chiacchierata? In testa avrebbe portato per tutta la vita il palco di corna da stambecco, sarebbe stato salutato dagli amici al bar con un grosso sorriso ed un bel “Cornuto!”biascicato girando il volto di tre quarti, i ragazzini dai cantoni delle strade avrebbero urlato “Beeeeh” prima di fuggire rapidamente… e così via.
Cornuto, ma perché cornuto. Perché assemblare le corna ad un uomo tradito o presunto tale? In fondo il toro da riproduzione si serve da solo senza dividere con nessuno le sue compagne anzi, il poverino è sottoposto a superlavoro onde poter far fruttare la sua semenza, e così il becco che cura con attenzione certosina il suo harem!
In fondo le corna, nel mondo animale, sono simbolo di alterigia e possanza come possono trasformarsi tanto tra gli umani?
Molti anni fa, sui giornali, fece bella mostra la notizia di un macchinista che, in Sicilia, aveva fermato il treno che conduceva, ne era sceso ed aveva bastonato senza complimenti un tizio che da terra gli aveva fatto con la mano il fatidico segno indicante protuberanze corniche.

Maddalena Rispoli

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