ant - NAPOLI CHIAMA ANTARTIDE - LA TASK FORCE PARTENOPEA TUTTA FEMMINILE
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La ricerca napoletana sbarca in Antartide. Un gruppo di studiose della Stazione zoologica Anton Dohrn stanno analizzando il rapporto tra fauna e flora dell’ecosistema

di Anna Laura De Rosa

Un golfo di ghiaccio sorvegliato dal gemello del Vesuvio. Quella che potrebbe sembrare una Napoli polare, è in realtà baia Terranova, in Antartide. Siamo al polo Sud, dove un gruppo di ricercatrici partenopee della stazione Dohrn e della Federico II studia i cambiamenti climatici partendo da flora e fauna dell’ecosistema più sensibile. Fenomeni che inevitabilmente ricadono su Napoli. E nella base tra i ghiacci si sente profumo di pizza Margherita: un cuoco di Torre del Greco sforna pizze per le studiose.
La task force partenopea è tutta femminile. Olga Mangoni, responsabile scientifico della squadra, è all’ottava spedizione in Antartide promossa da un progetto nazionale di ricerca. Nel team ci sono poi Raffaella Casotti, Francesca Margiotta e Mariella Saggiomo. Le quattro donne prelevano per un mese campioni dalla baia ghiacciata. Girano in motoslitta, in quad o in elicottero se necessario.
Analizzano i batteri e le microalghe “imprigionate” sotto la superficie, estraendo cilindri di ghiaccio – carote è il termine tecnico – lunghi fino a un metro e mezzo. Il tutto sotto gli occhi attenti di foche e pinguini. “Il ghiaccio si sta sciogliendo in anticipo rispetto alle scorse spedizioni” spiega la Mangoni. “E il fenomeno si ripercuote inevitabilmente su Napoli – aggiunge la Casotti – Nel golfo partenopeo, inoltre, i cambiamenti si amplificano a causa dell’impatto antropico e dell’inquinamento ambientale”.
Il team è addestrato alla dura vita in Antartide: bisogna essere sempre pronti a reagire, scappare e mettersi in sicurezza. La sala operativa della base è l’unica a poter autorizzare gli spostamenti nella baia. “Durante uno dei prelievi – racconta la Margiotta – si è alzato un vento catabatico e siamo rimaste bloccate nel campo realizzato per condurre gli studi. Ci hanno salvato i soccorsi inviati dalla base”.
Rischi che vale la pena di correre, “per portare a casa decine di campioni, immagini ed esperienze irripetibili” concludono le ricercatrici coordinate dal professor Enzo Saggiomo, che ora dovranno analizzare il materiale raccolto. Nella base, però, c’è anche un altro partenopeo, un cuoco di Torre del Greco, Peppino, che ha il compito di preparare il pranzo per gli studiosi giunti al polo Sud per comprendere le cause dei cambiamenti climatici.
“A Napoli c’è il più alto numero di ricercatori che studiano il mare – spiega Saggiomo, che si occupa dell’Antartide dal 1989 – Non funziona più nascondere la spazzatura sotto il tappeto. Nel golfo si vedono le rovine provocate dall’uomo. Un tempo la circolazione ci aiutava a rimuovere l’inquinamento, oggi non è più così purtroppo. Cambiano clima, flora e fauna. Arrivano nuove specie dal sud del Mediterraneo, mar Rosso e Atlantico. Dobbiamo abituarci anche al cambiamento dei paesaggi subacquei”.(28 gen. 2012)

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