Roma, 15 apr. (Adnkronos/Ign) – Le violenze e gli abusi sessuali contro le donne avvengono soprattutto fra le mura domestiche e l’aguzzino, nella maggior parte dei casi, dorme ogni notte accanto alla propria vittima. Non solo. Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa per mano del proprio partner. Secondo i dati della Polizia di Stato nel solo 2006 ben 112 donne sono state uccise dal proprio compagno. Sempre nel nostro Paese, secondo i dati Istat del 2006, una donna su quattro, nell’arco della vita, subisce violenza e negli ultimi 9 anni, secondo il rapporto Eurispes del 2005, il fenomeno e’ aumentato del 300%. E ancora, sempre secondo un’indagine dell’Istat del 2006, quasi una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita. Sono solo alcuni dei dati raccolti in un volume al termine del Corso pilota ”Strategie di contrasto nei confronti della violenza sessuale e della violenza domestica”.
Promosso dal dipartimento per le Pari Opportunita’ ed elaborato da Telefono Rosa con l’azienda ospedaliera S. Andrea e Universita’ di Roma ”La Sapienza” Facolta’ di Medicina e Chirurgia, il corso di formazione rivolto a chi svolge attivita’ di prima accoglienza alle donne vittime di stupro e violenza domestica, che da settembre proseguira’ in altri ospedali, come spiegato dalla presidente e fondatrice di Telefono Rosa, Gabriella Moscatelli, ”ha aperto la strada che dovrebbe portare ad un codice particolare per le vittime di violenza che accedono ai pronto soccorso”.
Il progetto, ha quindi fatto eco Isabella Rauti, capo di partimento del ministero delle Pari Opportunita’, che ha ”messo insieme pubblico e privato per formare persone che diventano ‘squadra’, ha contribuito a creare un ‘circolo virtuoso’ che mettendo insieme istituzioni, ospedali, universita’ e associazioni, ha dimostrato che se esiste la volonta’ e la sensibilita’ e’ possibile creare percorsi in grado di realizzare prospettive concrete. Quello che presentiamo oggi – ha aggiunto – non e’ solo una raccolta di contributi ma un manuale pratico per la formazione di operatori che in prima linea accolgono le vittime di violenza”.
Il volume, che raccoglie le esperienze dirette di medici e psicologi, e in cui si esamina il profilo sia della vittima che dell’autore di violenza, e’ anche una denuncia senza mezzi termini della vastita’ di un fenomeno contro il quale e’ necessario ”un cambiamento culturale”. ”Le leggi – ha infatti sottolineato Rauti – sono una condizione necessaria ma non sufficiente. Spetta a noi l’eleborazione di un diverso modello culturale. La violenza, infatti, e’ un fenomeno sociale e culturale che segna il confine tra civilta’ e barbarie, che deve richiamare ognuno alle proprie responsabilita”’. Secondo Rauti ”occorre strutturare questo genere di interventi e affrontare la violenza di genere come responsabilita’ sociale. Se continuiamo a considerarla un fatto privato – ha concluso – non contribuiamo a quel processo di rivoluzione culturale e di costume necessario per contrastarla”.
Ma il rapporto denuncia che solo nell’8,6% dei casi la violenza sessuale viene praticata in un luogo pubblico. Sono infatti le mura domestiche l’ambiente in cui si consumano la maggior parte degli abusi sessuali. I dati Istat del 2007 in tema di molestie e violenze sessuali, evidenzia ancora il volume di Telefono Rosa, mette in luce come in Italia oltre la meta’ delle donne tra i 14 e 19 anni abbia subito almeno una molestia sessuale, un ricatto sessuale sul lavoro o una violenza, tentata o consumata, nel corso della sua esistenza.
Inoltre, i dati indicano che solo il 18,3% delle vittime di violenze, tentate o consumate, le ha subite da parte di sconosciuti. Gli autori, infatti, hanno nel 23,5% il volto di un amico, nel 15,3% quello di un datore di lavoro, di un collega, di un insegnante o di un compagno di classe. Se poi si considerano nello specifico le aggressioni, fisiche o sessuali consumate, la vittima ha una relazione intima pregressa o ancora in essere con l’aggressore nel 65% dei casi. Gli sconosciuti compaiono in questa black-list solo nel 3,5% dei casi.

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