Fu un otto marzo negli anni Settanta
–la mimosa era ancora un fiore esotico
per noi qui, sui lacustri confini–
che incidemmo il primo giornale
ciclostilato: pochi fogli, la storia
di una fabbrica che brucia, le donne
che morirono, il momento presente,
le speranze, gli asili per i figli,
la salute. Semplici cose, certo
risapute. Perché allora ci parevano
una scoperta nuova, un orizzonte
aperto verso cui andare?
Eravamo in tre,
due signore mature e un’inesperta
sognante ragazzina. Il paese
rimase silenzioso, nel crepuscolo
chi usciva dal lavoro respirava
la prima fresca primavera, vagheggiava
gli incontri e il ballo del sabato sera.

Eleonora Bellini

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