«Nel mio film sogni e illusioni degli emigranti»

Paola Bernardini*
p8bern@hotmail.com
(English version follows below)

L’America, come i suoi personaggi, Emanuele Crialese l’ha trovata con la nomination agli Oscar per il miglior film straniero. Rappresenterà l’Italia nella più importante kermesse del Cinema con il suo Nuovomondo (Golden Door) e a gennaio si saprà se riuscirà a finire nella cinquina dei candidati al premio finale. «Sono felice, intontito, non so cosa sta succedendo», ha commentato a caldo il regista.
Nuovomondo è un film sui sogni degli emigranti alla ricerca della terra promessa, commovente e magico, premiato a Venezia con il Leone d’Argento. Presentata lo scorso mese anche qui al Toronto Film Festival, la pellicola di Crialese verrà distribuita in Nordamerica: 3 gli acquirenti in corsa. Il regista di origine siciliana, che ha vissuto per una decina d’anni a New York e che ora sta pensando di trasferirsi a Buenos Aires, ha realizzato il suo primo film indipendente Once we were strangers negli States, selezionato al Sundance Festival, poi ha cominciato a lavorare sulla sceneggiatura di Nuovomondo che aveva messo da parte per mancanza di fondi e, nel frattempo, ha scritto e diretto Respiro interpretato da Valeria Golino e Vincenzo Amato (a Toronto nel 2002) che gli è valso il Premio Settimana della Critica a Cannes, acclamato in Francia e distribuito in più di 30 Paesi. È stato allora che l’Italia si è accorta di Emanuele Crialese, 41 anni, che già da tempo rincorreva il suo sogno di successo.

Nuovomondo è un film sui sogni e le speranze o sui sogni e le illusioni?

«Sui sogni e le illusioni»

Perché un film sugli emigranti in cerca del nuovo mondo?

«Tutto è nato dalla scoperta dei primi fotomontaggi di propaganda che arrivavano nelle campagne europee e che ritraevano galline, carote, polipi giganti. Quello che mi ha affascinato di più è stata la consapevolezza che già agli inizi del secolo mandavano messaggi dall’altra parte dell’oceano sotto forma di immagini. Una cosa senza precedenti, come se fossero messaggi spaziali. Erano come alieni in una terra promessa dove c’erano tutte cose più grandi e dove era più facile vivere. Questa è stata la mia immagine di riferimento per il film».

Passiamo quindi alle ricerche e ai test di intelligenza agli emigrati.

«Ho cominciato un lungo percorso di documentazione. Sono stato a Ellis Island e mi hanno colpito alcune foto esposte nel museo che raffiguravano uomini che stringevano tra le mani da contadino delle strane figurine geometriche cercando di metterle dentro degli spazi. Allora ho pensato: che cosa significavano questi puzzle? Ma questa non era l’isola della quarantena dove dovevano accertarsi che nessuno avesse malattie contagiose? Ho fatto altre ricerche fino ad arrivare alla verità e cioè che quei puzzle non erano altro che test d’intelligenza. Per la prima volta nella storia dell’umanità, alcuni uomini hanno cercato di misurare l’intelligenza e di catalogare le attitudini di altri uomini».

E ti sei chiesto perché?

«Era l’inizio dell’Industrializzazione e molta gente decise di abbandonare l’Europa e l’agricoltura per trovare lavoro. In quel periodo gli americani, che sono sempre stati grandi statisti fedeli ai loro numeri, diffusero alcuni dati che terrorizzarono un po’ tutta la classe dirigente. In pratica dissero: questi immigranti si riproducono molto più facilmente rispetto a noi, hanno molti più figli, se continuiamo ad accoglierli tra una decina di anni il sangue straniero (quello che chiamavano black drop) contaminerà la nostra razza e questa gente diventerà più numerosa con il rischio di una rivoluzione sociale».

Quanta similitudine con la razza ariana.

«E arriviamo proprio lì. Quello che è successo nella Germania nazista è la continuazione delle ricerche che sono state fatte a Ellis Island. Il primo grande laboratorio di eugenetica è stato aperto nel 1902 a New York e i primi soggetti studiati sono stati proprio gli immigrati. È in quel laboratorio che cercavano la black drop che ha portato alla sterilizzazione di 60mila persone con l’obiettivo di difendere la razza bianca. A Ellis Island sono stati fatti i primi studi sulla differenza delle razze per capire quali fossero più adattabili e attraverso i test hanno avuto la presunzione di dire: attenzione, non ci mettiamo nel nostro Paese persone imbecilli (a quei tempi l’imbecillità era un termine scientificamente provato) perché si riprodurranno e daranno alla luce altri deboli di mente. I problemi erano la contaminazione del sangue, ma anche la paura che gli immigrati diventassero un peso per la società e passassero a carico dello Stato perché non avevano i mezzi per sostentarsi. Secondo me non c’è mai stata fine a questa cosa».

Vuoi dire che l’amministrazione Bush la pensa ancora così, o che agisce contro gli immigrati?

«Beh, il Millennium Project ha obiettivi molto precisi. Vogliono una predominante americana ed è per questo che stanno chiudendo le porte del Paese. Vogliono isolarsi perché ad un certo punto ci sarà una parte dell’umanità che dovrà assolutamente sopravvivere a dispetto di un’altra. Ma lo sai che i maggiori finanziatori di questo progetto eugenetico dall’inizio del secolo sono stati Rockefeller, Keller, Carnegie e che il laboratorio di Cold Spring Harbor è ancora aperto e viene finanziato dagli attuali dirigenti americani? Comunque questa non è la storia del film perché ho deciso deliberatamente di lasciarla fuori».

Una cosa molto interessante, sicuramente da approfondire.

«Farò un documentario, ho già la sceneggiatura. E così daremo un seguito a queste ricerche che sono durate tre anni. In Nuovomondo ho scelto di sacrificare tutta questa parte perché altrimenti non avrei dato spazio all’umanità dei personaggi, c’è solo un piccolo accenno. Sono un sognatore e ho preferito fare un film sulle emozioni e non sul sistema politico americano».

Quindi hai lavorato su due fronti?

«Per molto tempo, poi a un certo punto ho scelto la strada dell’evocazione. Questi emigranti partivano e mandavano delle lettere alla famiglia nella vecchia Europa: lettere piene di bugie perché in realtà facevano spesso una vita peggiore, ma non potevano per nulla al mondo far credere il contrario e rinunciare al sogno americano, alla terra promessa. Questa mentalità dell’emigrante che parte e racconta bugie rispetto alla vita che fa, ma che è la propria convinzione, non è mai finita».

Che cosa vuoi dire?

«Gli americani sono molto bravi a far passare l’uomo bianco come l’eroe, il salvatore delle cause nonostante i disastri che hanno commesso, dalla bomba atomica a tutte quelle guerre che ci sono state. Io non credo nella cattiva fede del popolo americano, credo nella manipolazione del governo statunitense che inculca ai propri cittadini la convinzione di vivere in una terra perfetta che è diventata invece una prigione. Non si può continuare a investire miliardi di dollari per dare un’immagine positiva quando i mezzi di comunicazione hanno portato a galla la verità. La reltà è che questo Paese si sta difendendo da nemici invisibili».

Interessante critica all’amministrazione Bush, ma torniamo a Nuovomondo di Crialese e ai tuoi personaggi: anche tu sei un emigrante.

«Sì, in un altro momento storico e con altre possibilità economiche».

Quindi per scelta e non per bisogno.

«Non era un bisogno di sopravvivenza, era una necessità di espressione. Nel mio Paese non riuscivo a lavorare nel settore in cui avrei voluto e quindi sono partito per l’America, ho imparato lì a fare cinema. Sono arrivato a New York nel 1992, la cosa più straordinaria che mi è successa, e che credo succeda a tutti quelli che lasciano la propria terra per andare in un posto dove non sanno bene cosa troveranno, è stata la grandissima forza che ho scoperto dentro di me. Non parlavo la lingua, improvvisamente non avevo più alcun tipo di sostegno familiare, culturale ma avevo un’idea di quello che volevo fare: è stato come l’istinto dell’animale che entra nel nuovo territorio. I sensi si acuiscono e in qualche modo riesci a fare subito tuo il territorio che stai esplorando».

E cosa è successo?

«È successo il sogno americano, il miracolo. Sono arrivato a New York con 3 milioni: dovevo fare un corso di cinema di 3 mesi. Ho fatto alcuni cortometraggi e il mio professore mi ha presentato al Consiglio Accademico che mi ha dato una Borsa di studio di 150mila dollari, per cui sono rimasto negli Stati Uniti per altri 3 anni per completare l’Università. Il problema è stato alla fine: avevo 31 anni, dei premi per i cortometraggi e sentivo già che potevo andare avanti, ma non avendo un permesso di lavoro dovevo rientrare in Italia oppure cercare qualcosa in nero. Nel frattempo ho scritto la mia prima sceneggiatura e mi sono messo a fare il cameriere in un ristorante italiano sulla 46ma. Attraverso i clienti ho raccolto un po’ di soldi per girare il mio primo film indipendente Once we were strangers con Vincenzo Amato (costato $60mila e distribuito anche in Francia ma non in Italia, ndr.). Poi è arrivato il Sundance Film Festival e quindi l’inizio di una carriera. È la volta di Hollywood e di Bob Chartoff (Chartoff-Winkler sono i produttori di Martin Scorsese) che ha amato molto il film e ha chiesto dei miei progetti. Gli ho parlato della storia di Ellis Island, Nuovomondo e mi ha messo tra le mani un assegno di $5mila: per la prima volta, a 34 anni, qualcuno mi ha pagato per il mio lavoro, cioè per scrivere sceneggiature. Ma il progetto era molto costoso sulla carta, gli americani lo avevano valutato circa $25 milioni. Chartoff è tornato da me e mi ha detto: ti garantisco di lasciarti la sceneggiatura che puoi scrivere con un altro già conosciuto negli ambienti, purtroppo non riesco a montare un progetto così grosso con il tuo nome. Ho ripreso il mio copione, l’ho chiuso in una valigia e sono tornato in Italia. A Lampedusa ho scritto Respiro. Quindi quello che sta accadendo oggi è un po’ un cerchio che si chiude».

Con Respiro sei riuscito a farti conoscere in Italia.

«Mi hanno conosciuto in Italia e soprattutto in Francia dove il film è andato molto bene. Cosa che per un regista italiano è difficile, immagina con un film in dialetto siciliano. Io mi sono battuto perché anche Nuovomondo fosse in italiano e non in inglese pur consapevole che avrebbe fruttato più capitali. E mantenendo il film in italiano, senza grosse star, raccogliere tutti questi soldi è stato davvero difficile, soprattutto perché eravamo indipendenti. Poi è subentrata Rai Cinema al 50%, anche per questo è stata una gestazione molto lunga».

Perché hai scelto di utilizzare il dialetto siciliano?

«È molto più reale, musicale. Secondo me il dialetto ha una carica emotiva e poetica molto superiore all’italiano, perché è una lingua antica, profonda. Il siciliano poi mi ha sempre affascinato per cui l’ho usato sia in Respiro che in questo film».

E la scelta dell’Argentina?

«All’inizio per motivi tecnici, nel senso che costava tutto meno. Poi è diventata veramente una benedizione perché in Argentina ho trovato quelle facce e quegli sguardi che volevo per Nuovomondo. Tutte le comparse avevano vissuto quella storia, se non direttamente attraverso i nonni e i padri. Avevo 100 comparse al giorno e conoscevo tutti per nome. È stata una cosa bellissima, esaltante, che mi ha dato una grande forza. Spesso si commuovevano durante le riprese e sono state proprio queste comparse ad aiutarmi a capire che stavo sulla strada giusta».

Raccontami un particolare toccante durante le riprese.

«Nel film c’è una scena con una anziana in primo piano mentre ascolta alcune donne che cantano e suonano i tamburelli. Filomena, questo il suo nome, aveva 4 anni quando ha fatto il viaggio per il Sudamerica con la mamma e il papà. Come nel film: il padre nel dormitoio degli uomini, la madre in quello delle donne. A metà del viaggio non riuscirono più a trovare il padre. Lo cercarono e lo aspettarono a lungo, inutilmente. Con molta probabilità morì durante una lite e lo buttarono fuoribordo. Sua madre per la disperazione si strappò i capelli ed arrivò completamente calva al porto di Buenos Aires. Quel giorno, mentre filmavamo, Filomena ha avuto una crisi ed è scoppiata a piangere. Un pianto ininterrotto, poi pian piano ci ha raccontato questa storia. Ecco, quello è stato sicuramente il momento più emozionante per me. Anche perché Filomena – che era una persona molto riservata e che non ha mai perso un giorno di riprese, ha addirittura fatto le scene della pioggia e della tempesta – era una presenza fissa che ci ipnotizzava perché in qualche modo ci faceva capire che quel ruolo in realtà era per lei un qualcosa che voleva a tutti i costi rivivere e che forse è riuscita a esorcizzare proprio con quel pianto senza fine».

Leone d’Argento “rivelazione” a Venezia: perché hai parlato di premio inventato?

«Per cercare di gettare un po’ di acqua sul fuoco delle polemiche. Il passaggio ai Festival o a una Mostra sono già un premio perché ti danno la possibilità di farti conoscere. Siccome ogni anno, a Cannes o a Venezia, c’è la polemica a me non andava di essere la vittima predestinata, quindi ho buttato là questa frase per commentare positivamente la decisione di dare due Leoni d’Argento. Mi hanno dato un premio che io penso di aver meritato e che fa onore a me e al film».

Quindi te l’aspettavi quel premio?

«Non me l’aspettavo perché ero convinto che il mio film fosse il migliore. Ma me l’avevano fatto pensare la grande reazione del pubblico, quella della critica e della giuria e alla fine i titoli sui giornali. Ci sono state diverse voci che davano il mio film per il Leone d’Oro fino a giovedì sera, venerdì non avevamo più premi, venerdì sera forse Coppa Volpi e sabato mattina l’invenzione del Leone d’Argento. Quindi è chiaro che c’è stato qualcosa di strano, ma siccome non sapremo mai cosa è successo a me sta bene così, sono stato molto felice».

Io penso che la soddisfazione più grande è quando un pubblico si alza e batte le mani per più di 15 minuti.

«Sì, è stato il momento più bello».

Cosa hai provato

«Ti confesso che mi veniva da piangere. Sai, questo film è stata una grande fatica per me e quindi ho avuto un calo di tensione. Poi mi è piaciuto vedere la gioia sui volti dei miei attori che erano superorgogliosi. Vederli così contenti è stato bellissimo».

Progetti futuri?

«Black Drop, che diventerà un documentario che voglio dirigere con Angelo Loi perché, come ti ho accennato, voglio dare un senso a tutte le ricerche fatte per Nuovomondo. Poi non lo so, non ho progetti. Voglio prendermi un po’ di tempo anche perché altrimenti uno racconta sempre le stesse storie. Non sono un regista di carriera, nel senso che non voglio fare un film a tutti i costi. Ho tante idee, voglio prendermi un annetto per capire che voglio fare».

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(English Version)

INTERVIEW with EMANUELE CRIALESE
The emigrant dreams of Crialese

Paola Bernardini*
p8bern@hotmail.com

Like his characters, Emanuele Crialese ‘found America’ with his nomination for an Academy Award for Best Foreign Film. His Nuovomondo (Golden Door) will represent Italian cinema in the world’s most prestigious venue, and in January he will find out whether he will have made it to the final five shortlist. “I’m happy, I’m amazed, I don’t know what’s going on,” commented the director when he was given the news.
Nuovomondo, a moving and magical movie on the dreams of emigrants on a quest for a promised land, won a Silver Lion at the Venice Film Festival. Screened last month at the Toronto International Film Festival, Crialese’s film will be distributed in North America: three distributors are being considered. The Sicilian director, who’s lived in New York for a decade and is now considering moving to Buenos Aires, made his first indie film Once we were strangers in the U.S., which got selected for the Sundance Festival; then he started working on the script for Nuovomondo, which he had set aside due to lack of funds, and in the meantime wrote and directed Respiro, starring Valeria Golino and Vincenzo Amato (screened in Toronto in 2002), which won him the Critics Award in Cannes, received huge accolades in France and was distributed in over 30 countries. That’s when Italy took notice of Emanuele Crialese, 41, who had been pursuing his dream of success for some time.

Is Nuovomondo a film about dreams and hopes, or mirages and false hopes?

“On mirages and false hopes.”

Why did you do a film on emigrants looking for the New World?
“Everything started with the early propaganda posters that reached the European countryside depicting giant chicken, carrots, squids. What fascinated me most was the fact that even in the early 1900s there were messages across the ocean in the guise of images. Unprecedented; akin to a message from space! Those were extraterrestrials, in a promised land where everything was bigger and life was easier. This idea was my reference for this film.”

Let’s talk about research and intelligence tests administered to immigrants.

“I started on a long path of documentation. I went to Ellis Island, and some photos hung in the museum struck me: they depicted men holding in their big, peasant hands some strange geometric figures and trying to arrange them in some shapes. I wondered about what could those puzzles mean? Wasn’t that the quarantine island where people were held until cleared of any contagious disease? I researched the matter and discovered that those puzzles were nothing but intelligence tests. For the first time in history, people tried to measure intelligence and categorize other people’s aptitude.”

Did you wonder why?

“Industrialization was taking off, and many people decided to leave Europe and agriculture to look for industrial jobs. In that period, Americans – big fans of statistics – saw data that scared stiff most of the ruling class. In practice, they said to themselves: these immigrants reproduce much faster than we do, make many more children; if we keep letting them in, in a decade or so foreign blood (what they called black drop) will contaminate our race, these people will grow enormously in numbers, and there will be a serious risk of social upheaval.”

Sounds very similar to ‘Aryan race’ theories.

“That’s where it all ended. What happened in Nazi Germany was a continuation of the research carried out at Ellis Island. The first big eugenics laboratory opened in 1902 in New York, and the first subjects studied were immigrants. That lab searched for the black drop, which led to the sterilization of 60,000 people with the goal of protecting the white race. Ellis Island is where studies on racial differences were carried out in order to find out which were more adaptable. Those tests were conceived to screen out ‘imbeciles’ (at the time, imbecility had a scientific definition) to prevent them from reproducing and generating more weak-minded people. The issues were blood contamination but also a fear that immigrants would become a burden on society and require State assistance, as they would not be capable of supporting themselves. As I see it, this never stopped.”

Do you mean that the Bush administration continues to think these sort of things, or that it takes action against immigrants?

“Well, the Millennium Project has very specific goals. They want to keep the U.S.A. mainstream as it is, and this is why they are closing the gates. They want to isolate themselves, because they think that sooner or later a part of humankind will have to survive in spite of another. Do you know that the major financial backers of this eugenics project of the early 20th century were Rockefeller, Keller, and Carnegie, and that the Cold Spring Harbor lab is still open and is funded by today’s U.S. capitalists? Anyway, this is not in my film; I deliberately chose to keep it out.”

A very interesting issue, certainly worthy of further discussion.

“I will make a documentary; I already have the script. It will present the results of three years of research. In Nuovomondo I decided to sacrifice this part in favour of the human interest in the characters; there is only a small mention. I’m a dreamer, and I preferred to make a movie on emotions rather than the political system of the U.S.”

So you worked on a two-pronged approach?

“For a long time, yes; then I chose the path of evocation. These emigrants left and then wrote home. Those letters to the relatives were full of lies: they often ended up living worse than before, but they could never, ever dispel the American dream, the promised land. This mindset of someone emigrating and then telling lies on his life, even to himself, is still around.”

What do you mean?

“Americans are very good at painting themselves as heroes and rescuers of any worthy cause despite the disasters they’ve caused, from the A-bomb to many wars. I don’t think that the American people are in bad faith, I think that their Government manipulates them, convincing them that they live in a perfect land instead of the prison it has become. One cannot go on investing billions of dollars to give a positive spin to things when the media have already brought out the truth. Fact is, this country is defending itself from invisible enemies.”

An interesting criticism of the Bush administration, but let’s return to Nuovomondo and its characters: you, too, emigrated.

“Yes, but at a different time and with different financial means.”

Out of choice, then, rather than need.

“Not the need to survive, but the need to express myself. In my native country I couldn’t work in the industry I wanted, so I left for the USA; there I learned to do cinema. I arrived in New York in 1992, and the most extraordinary thing that happened to me – and I think that the same must happen to all those who leave their ancestral home for a place where they don’t really know what to expect – was the great strength I found within myself. I couldn’t speak the language, all of a sudden I had no familial or cultural support, but I had a clear idea of what I wanted to do; something akin to the instinct of an animal entering a new hunting territory. Senses grow finer, and somehow one makes this new territory his own.”

What happened?

“The American dream; the miracle. I had arrived in New York with $2,000, to attend a three-month moviemaking course. I made some shorts and my professor presented me to the Academic Council, which granted me a bursary of $150,000, so I stayed three more years to finish my University. Then came a big problem: I was 31, I had received awards for my shorts, and I felt that I could continue, but lacking a work permit I had to go back to Italy or find something undocumented. Meanwhile, I wrote my first script and worked as a waiter in an Italian restaurant on 46th Street. Through their patrons I managed to collect some money to make my first indie movie Once we were strangers with Vincenzo Amato [Ed. Note: it cost $60,000 and was distributed also in France but not in Italy]. Then came the Sundance Film Festival and my career started. I made it to Hollywood and met Bob Chartoff (Chartoff-Winkler are Martin Scorsese’s producers), who loved my film and inquired about my other projects. I told him of the Ellis Island story and he gave me a $5,000 cheque: for the first time, at 34 years of age, someone was paying me to do my job, i.e. writing. However, the project was very expensive; U.S. producers thought it would cost some $25 million to do. Chartoff called me and told me that he was letting me keep the story and that I could write the script with some better-known name; unfortunately, he couldn’t mount such a big project with my name. I took my story, put it in my suitcase and returned to Italy. I wrote Respiro in Lampe-dusa. So, what’s happening now is a bit the closing of a circle.”

With Respiro you managed to make a name for yourself in Italy.

“People began to know me, in Italy and especially in France, where my film went very well. This is hard for any Italian director; just imagine pulling it off with a movie spoken in Sicilian! I fought tooth and nail
to have also Nuovomondo shot in Italian and not in English, even though I was fully aware that raising capital would be harder this way. And with an Italian-language film, without big stars, raising all that money was really hard, especially as we were independent. Then arrived RAI Cinema that footed 50% of the bill. That’s another reason why it took so long to make this movie.”

Why did you choose to use Sicilian?

“Because it’s much more real, musical. In my opinion, dialect has an emotional and poetic charge much higher than Italian, as it is an ancient, deep tongue. Sicilian has always fascinated me, and that’s why I used it for Respiro as well as here.”

And why Argentina?

“At first for technical reasons, meaning, everything was cheaper. Then it turned out to be a blessing, because in Argentina I found exactly the faces and the eyes that I wanted for Nuovomondo. All the extras had lived that story, if not directly then through their parents and grandparents. I had 100 extras each day and I called them all by name. It was a beautiful, exalting thing, which gave me great strength. They were often moved to tears during the shootings; those extras helped me understand that we were on the right path.”

Tell us a touching detail of the shootings.

“In the movie there is a scene with an old woman shown in close-up while listening to other women singing and playing tambourines. Filomena – that’s her name – was 4 years old when she left for South America with her mum and dad. Like in the movie: her father slept in the men’s cabin, her mother in the women’s cabin. Halfway through the trip, her father disappeared. They searched for him and waited for him long and fruitlessly. Most likely, he was killed in a fight and thrown overboard. In desperation, her mother pulled her hair out; she arrived in Buenos Aires completely bald. While we were shooting that scene, Filomena started crying and couldn’t stop. After a while, bit by bit, she told us this story. That was the most moving moment for me. Filomena – who was a very reserved person and never missed a day, coming out even for the scenes with the rain and the thunderstorm – was a constant presence that mesmerized us, because she made us realize that she wanted to relive those events at all costs; maybe she finally managed to exorcize them with her endless crying.”

In Venice you got a Silver Lion Revelation: why did you call that an invented award?

“To try and throw some water on the flames of controversy. Going to a Festival is an award in itself, because it gives you an opportunity to get publicity. Since every year in Cannes or Venice controversies arise, I didn’t like the idea of ending up as the sacrificial lamb, so I tossed out those words as a positive comment on the decision to give two Silver Lions. I think I’ve deserved the award, and it honours me and my film.”

Were you expecting an award?

“I hadn’t been expecting it out of a conviction that my movie was the best. But there was such a great reaction of the audience, the critics, the jury… even media coverage. There were rumours that my film would get the Golden Lion going around until Thursday night; on Friday we were out of the race; by Friday night maybe we would get the Volpi Cup; and Saturday morning a second Silver Lion was invented. Clearly, something funny must have happened, but since we shall never know what exactly went on, I’m happy as it is, I was overjoyed.”

Maybe the greatest satisfaction is getting a 15-minute standing ovation from the audience.

“Indeed, that was the most beautiful moment.”

How did you feel?

“I felt like crying. You know, this film was very hard work for me, so I let go of all the tension. I also loved watching the joy on the faces of my actors, who were extremely proud. It was beautiful.”

Any future project?

“Black Drop, a documentary that I will direct with Angelo Loi; as I told you already, I want to present the results of the research I conducted for this movie. After that, I don’t know yet. I want some time out; without it, one ends up always telling the same stories. I’m not a career director: I don’t want to make movies at any cost. I’ve got lots of ideas; I want to take a year or so to assess my intentions.”

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*Paola Bernardini è Capo Redattore del Corriere Canadese di Toronto, nella cui edizione dell’8/10/06 è stata pubblicata l’intervista sopra riprodotta per gentile concessione. La versione inglese è apparsa lo stesso giorno su Tandem dello stesso gruppo editoriale del Corriere.

1 dicembre 2006

da Letteratura Canadese e altre Culture

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