di Anna Rossi

L’immigrazione veloce ha posto in essere il problema della comunicazione fra la popolazione autoctona e non.
E’ certo che gli immigrati che non parlano la lingua italiana hanno maggiori difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro strutturato. La barriera comunicativa e gli alti costi di affiancamento che le aziende devono affrontare e non affrontano o affrontano solo per il settore tecnico sono gli ostacoli da superare.
L’orizzonte comunicativo è reso sbiadito dal disagio esistenziale provocato da un’italofonia distante per lingua e cultura.
Azioni mirate, attraverso l’impiego di mediatori linguistici, possono consentire un impatto sostenibile con la “nuova società” di cui gli immigrati vengono a far parte. Molte sacche di depressione sociale
verrebbero più velocemente identificate/sanate/regimentate. A tutt’oggi la presenza dei mediatori linguistici è indirizzata, in gran parte, al servizio delle forze dell’ordine e del volontariato d’accoglienza ed ospedaliero.
Al contrario, le associazioni, nate e cresciute in regime di sostegno all’immigrazione, implodono spesso per incapacità organizzativa e dispersione di fondi. Disciplinare la mediazione risulta dunque una materia astratta con la quale ci si confronta solo in tema di emergenza o di generosità sociale.
Ed è proprio il beneficio sociale, ottenuto attraverso una competenza linguistica maggiore e un’acquisizione di note culturali del paese ospitante, che potrebbe tradursi in maggiore redditività aziendale ed in integrazione capillare nell’ottica di scambi di competenze e di analisi dei flussi migratori tanto veloci quanto variegati.
Il sistema delle comunicazioni presenta diverse alternative regolate da ottimi progetti sociali ma le contraddizioni della burocrazia e la conflittualità fra gli organi competenti, in materia disciplinante i corsi linguistici/culturali, danno luogo alla mancanza di continuità operativa delle “finanziate” per la mediazione. Ancora una volta la dispersione di competenze è dettata dalla mancanza di regimentazione delle sinergie fra obiettivi ed operatori della mediazione.
Gli strumenti tecnici della comunicazione, nonostante l’abbondanza numerica in nostro possesso, rispondono solo superficialmente alla creatività produttiva dell’intero pensiero occidentale.
L’assenza di strumenti di controllo atti ad intervenire sulle inadempienze o sull’incapacità organizzativa non permette un intervento sanzionatorio nei confronti dei responsabili di eventuali stalli operativi delle delegate “finanziate” per accorciare le distanze fra “noi e gli altri”.
Se fossero scarpe sarebbe più facile e rapido dare uno sguardo all’obiettivo raggiunto, ma quando si tratta di crescita umana il raggiungimento degli obiettivi può essere confuso e confutabile.
Eventuali corsi e valutazioni in merito dovrebbero essere documentati nel riconoscimento di appartenenza alla comunità ospitante.
L’approvigionamento selvaggio delle risorse umane non razionalizza l’utilizzo di materia prima né la qualifica.
Un richiamo ai doveri di integrazione oltre che ai diritti. La lingua resta il primo elemento comunicativo e non un fattore esperenziale.
Il divario crescente e drammatico fra la realtà del paese che importa immigrazione e quella che la subisce, potrà diminuire solo grazie all’intervento di assimilazione quotidiana che uno Stato membro può offrire in termini di cultura, lingua ed economia monetizzata agli immigrati.
Necessarie quanto indispensabili dovrebbero essere le “case dell’apprendistato” di cui dovrebbe farsi carico la relazione fra Stato/Industria/Media e Piccola Impresa. Si eviterebbero tante forme di
sfruttamento e si potrebbero monitorare gli aspetti produttivi e quelli improduttivi dell’immigrazione.
Una prospettiva futura potrebbe essere rappresentata da una nuova stagione di studio (per i cittadini europeii) circa le etnie “straniere”che nell’ultimo ventennio popolano velocemente e disorganicamente il continente a causa di conflitti, guerre, fame, persecuzioni politiche.
Distruggendo il Vecchio Sistema il rinnovamento antropologico lo conforma anche ad una nuova cittadinanza più responsabile e consapevole dei grandi mutamenti se costruita nel rispetto delle regole e dei cardini della società che li detta.
La democrazia si muove attraverso le forme di vita di esseri umani solidali anche se diversi fra loro e capaci di interagire con il mondo circostante.
Solo e unicamente se ci renderemo disponibili a comunicare l’un l’altro attraverso canali predefiniti e disciplinati potremmo sopravvivere alle deficienze di una globalizzazione che ha dimostrato di non tener conto della pluralità umana.
Affidarsi al caso perchè violentati dall’ennesima emergenza non ci renderà migliori.
La scuola, le scuole in generale, sono i trampolini di lancio dell’uomo formato cittadino.
Gli immigrati stanziali devono poter capire e conoscere e rispettare la realtà che animano e di cui sono contribuenti. Questa condizione ci permetterà di costruire un canale comunicativo autoalimentato da testimoni integrati pronti ad interagire per noi con le realtà esterne rappresentate dai luoghi d’origine. Un’assimilazione lenta ed improrogabile capace di rendere fluibile lo scambio culturale come è fluibile lo scambio delle merci.
Fine ultimo l’assetto civile e la buona salute della/e Repubblica/he. A Dio piacendo un ordine umano più affettivo e meno convulso.

Anna Rossi
Docente di Business Language
“Scienze sociali”

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