EUROPA E USA DIVISI SULL’ABORTO
(AGI) – New York – Si preannuncia un nuovo scontro tra Europa e Stati Uniti alle Nazioni Unite. Questa volta l’oggetto del contendere e’ il diritto delle donne all’aborto. L’occasione, la conferenza in corso al Palazzo di Vetro di New York denominata “Pechino +10”: un bilancio dei progressi e delle nuove sfide per le donne a 10 anni dalla Conferenza di Pechino, vera pietra miliare per quello che riguarda politiche dei diritti e iniziative per le pari opportunita’. Le circa 135 delegazioni ufficiali – quella per l’Italia e’ guidata dalla ministra per le pari opportunita’ Stefania Prestigiacomo, che e’ intervenuta ieri in plenaria – stanno discutendo la dichiarazione finale e la richiesta della delegazione degli Stati Uniti e’ subito apparso come un tentativo di fare marcia indietro sul diritto di aborto. Il documento conclusivo della conferenza di Pechino aveva trattato l’aborto come un tema legato alla salute femminile e aveva chiesto che fosse il piu’ possibile sicuro per le donne. Inoltre, chi decideva di ricorrervi non poteva essere incriminato. Gli Usa ora sembrano voler proporre una bozza di dichiarazione finale diversa, eliminando qualsiasi riferimento al diritto all’aborto. La scelta americana e’ pero’ fortemente contrastata da Francia e Gran Bretagna e dagli altri paesi membri della Ue, che hanno deciso di sostenere una bozza presentata dalla Commissione delle Nazioni Unite per lo Status delle donne che ripresenta quella di Pechino. Secondo il ministro francese per le pari opportunita’ Nicole Ameline, la scelta americana rischia di “mandare il segnale sbagliato. E’ una questione di percezione – ha continuato il ministro – non bisogna dare la mondo la sensazione che ci sia un passo indietro su questa questione”. La delegazione britannica ha sottolineato di stare lavorando perche’ si riaffermi la “dichiarazione di Pechino del 1995 senza alcun cambiamento” e anche il Lussemburgo, che presiede la conferenza, sembra intenzionato a proseguire su questa strada. Alla Conferenza, dove sono presenti anche circa 6.000 esponenti di Organizzazioni Non Governative provenienti da tutto il mondo, la proposta dell’amministrazione Bush ha creato un clima di irritazione anche nella Commissione dell’Onu per lo Status delle Donne, che aveva puntato a focalizzare il dibattito su questione di urgente attualita’, come la tratta delle donne e dei minori e la prevenzione dell’Aids. Gia’ ieri, in un documento comune, 160 Ong hanno chiesto ai governi di “opporsi all’emendamento Usa senza ambiguita’”. Occorre, dice il documento, ” ribadire l’intera piattaforma di Pechino e andare avanti”.
DONNE: ONU, USA FANNO MARCIA INDIETRO SU ABORTO
(ANSA) – NEW YORK, 3 MAR – Gli Stati Uniti hanno fatto marcia indietro all’Onu su un controverso emendamento sull’aborto al documento finale della Quinta Conferenza Mondiale sulle Donne ‘Pechino +10′. ”Nessun emendamento e’ necessario”, ha detto una fonte del governo americano protetta dall’anonimato al ‘New York Times’. Il voto sul documento e’ previsto domani. L’emendamento americano alla paginetta del documento finale in cui si riaffermavano gli impegni presi dieci anni fa alla Conferenza mondiale di Pechino, stabiliva che questi principi ”non creano nessun nuovo diritto umano internazionale e non includono il diritto all’aborto”. L’emendamento era stato accolto conme ”una maliziosa distrazione” dai temi della conferenza dalla stragrande maggioranza delle altre delegazioni. Solo due paesi, Egitto e Qiatar, avevano appoggiato la proposta di Washington mentre molte altre, comprese le nazioni della Ue, l’avevano esplicitamente respinto.
NPSG: RATIFICARE CONVENZIONE ANTI-MUTILAZIONI
(AGI) – Roma, 2 mar. – L’organizzazione non c’e’ pace senza giustizia, presente alla 49esima sessione della Commissione Onu sulla condizione delle donne, si batte per il raggiungimento delle 15 ratifiche necessarie affinche’ entri in vigore il Protocollo di Maputo sui diritti delle donne africane, adottato dallÂÆUnione Africana nel 2003, il cui articolo 5 proibisce e sanziona tutte le forme di mutilazione dei genitali femminili. “Il Protocollo di Maputo e’ un documento straordinariamente avanzato, che tocca ogni aspetto della vita civile e politica delle donne in Africa e che sancisce i diritti all’istruzione, alla proprieta’ e all’eredita’, alla contraccezione e alla pianificazione familiare, alla intergità fisica, alla salute riproduttiva – ha detto Gianfranco Dell’Alba, Segretario Generale di NPSG. – Per la prima volta, viene sancita l’illegalita’ della pratica delle mutilazioni dei genitali femminili, considerata ufficialmente come una violazione dei diritti umani. Ad oggi sono dieci i paesi africani ad averlo ratificato, ultimo il Gibuti, che ha saputo respingere le proteste dei religiosi e affermare così la illiceità delle MGFin ognuna delle sue forme”.
ONU: CONTRO TRAFFICO NUOVE SCHIAVE
RISOLUZIONE USA. ESEMPIO ITALIANO: 3000 STRANIERE SALVATE
di Alessandra Baldini
(ANSA) – NEW YORK, 1 MAR – L’Onu si impegna contro il racket transnazionale delle ‘nuove schiave’. Due risoluzioni per la lotta al traffico delle persone e per il bando mondiale della prostituzione sono state annunciate alla Quinta conferenza globale sulle donne ‘Pechino +10′ in corso da ieri all’Onu dall’ambasciatrice Ellen Sauerbrey, capo della delegazione americana. Lo stesso messaggio di un impegno mondiale a favore delle donne ”rese schiave e sottoposte a inaudite forme di violenza” e’ stato portato nell’aula dell’Assemblea Generale dal ministro italiano per le pari opportunita’ Stefania Prestigiacomo. Di qui l’appello dell’Italia a moltiplicare gli sforzi per reprimere, con una forte collaborazione internazionale, il racket delle persone. ”Nei confronti di queste donne ci sono anche altri doveri che i paesi, in primo luogo i piu’ progrediti meta delle nuove schiave, dovrebbero sentire: il dovere in primo luogo del recupero psicologico e umano e lavorativo, per il quale dobbiamo impegnarci senza contropartite”, ha detto Prestigiacomo ricordando l’esperienza italiana di tremila donne straniere, molte delle quali adolescenti, sottratte in tre anni alla schiavitu’ e avviate al lavoro. Alla riunione, dieci anni dopo la Conferenza di Pechino che per la prima volta ha stabilito a livello mondiale che le donne hanno il diritto di ”decidere responsablmente in materia della loro sessualita’, libere da coercizione, discriminazione e violenza”, partecipano almeno cento delegazioni governative, 80 ministri delle pari opportunita’ dall’Afghanistan all’Iraq e al Peru’, i premi Nobel per la pace Wangari Maathai e Rigoberta Menchu e seimila attiviste di organizzazioni non governative. Una vera e propria ‘citta’ delle donne’ a cui il direttore esecutivo dell’Unicef Carol Bellamy ha ricordato il dramma del drammatico aumento dell’uso dello stupro come ”tattica” di guerra. Un aumento che non coinvolge solo paesi belligeranti ma gli stessi ‘soldati della pace’ dell’Onu: le Nazioni Unite hanno aperto un’inchiesta su 150 caschi che avrebbero abusato di donne e ragazzine nella repubblica democratica del Congo facendo nascere ”migliaia” di figli illegittimi. Ieri intanto l’amministrazione Bush e’ stata accusata di voler far fare marcia indietro agli sforzi di migliorare lo stato delle donne nel mondo imponendo all’Onu di rinunciare pubblicamente ai diritti di aborto. La richiesta americana di un emendamento alla dichiarazione finale della riunione ha gettato un’ombra su un evento teso a promuovere la cooperazione globale per la parita’ dei sessi nel mondo. La posizione americana sull’aborto e’ una conferma dell’evoluzione ideologica di Washington sotto l’amministrazione Bush, con una crescente presa di distanza degli Stati Uniti da i programmi internazionali per la popolazione ispirata dall’opposizione dell’amministrazione all’interruzione volontaria di gravidanza. La polemica sul’aborto e’ nata sul breve testo del documento con cui l’11 marzo dovrebbe chiudersi l’assise ‘Pechino +10′. Gli organizzatori avevano auspicato di trovare un consenso prima che si aprissero i lavori per consentire alla Conferenza di concentrarsi su temi di sostanza, dal cammino per la parita’ politica e economica alla lotta contro la violenza. Queste speranze sono state deluse dall’intervento americano alla vigilia dell’inaugurazione: in una sessione a porte chiuse Washington ha chiesto che il testo finale in cui si ribadiscono i principi della piattaforma di Pechino sia emendato con la precisazione che ”non includono il diritto di aborto”. La negoziatrice americana Sichan Siv ha proclamato anche che Washington si oppone alla ratifica del trattato internazionale sull’eguaglianza delle donne, al pari di qualsiasi risoluzione che menzioni i ”diritti sessuali” in quanto non accettati da tutti gli stati. Questa posizione ha lasciato Washington isolata su una linea dura appoggiata soltanto, fino a ieri, dal Vaticano, l’Egitto e il Qatar. ”E’ evidente che il governo americano ha fatto un’inversione a 180 gradi rispetto al 1995 e al 2000”, ha detto Adrienne German, presidente della International Women’s Health Coalition. Negoziati privati sono in corso per convincere gli Stati Uniti a cambiare posizione. Gli Usa avevano appogiato con forza la dichiarazione di Pechino quando Bill Clinton era alla Casa Bianca e fino al 2001, quando il presidente George W. Bush si e’ insediato a Washington, l’America era considerata il maggior contributore nel mondo nel campo della pianificazioine familiare.

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