di Antonia Chimenti

Oggi occorre una maggiore fermezza nell’affermazione dei valori, un’affermazione non teorica, ma calata nella concretezza della vita vissuta.
Non si insiste abbastanza sul fatto che ciascuno di noi ha un ruolo (o più) da interpretare e che questo ruolo deve corrispondere pienamente ai valori impressi nella nostra coscienza. La nostra è un’epoca di apparente libertà. L’esaltazione estrema del divismo porta al deprezzamento di stili di vita vissuti in sordina, ma altrettanto degni di rispetto. Il malessere palese o abilmente mascherato nasce proprio dal confronto. Il confronto genera invidia o estraneazione da sè.
“Quel divo incarna le mie aspirazioni, esprime ciò che non posso esprimere, ha successo…”. La fase del culto degli eroi dovrebbe invece essere limitata all’adolescenza. Nelle fasi successive della maturazione dovrebbe prevalere un serio esame di coscienza individuale, condotto secondo un criterio di sincerità con se stessi, ma in piena serenità e senza patologici sensi di colpa. Dovrebbe essere la verifica dell’equilibrio esistente fra il nostro comportamento e il nostro intimo sentire.
Prima ancora che allo stimolo della pressione sociale che ci condiziona dovremmo poter rispondere all’appello della nostra coscienza.
Oggi questa è un’impresa titanica che può condurre ad essere emarginati o, peggio ancora, ad essere venerati. Invece dovrebbe essere una normale prassi per tutti. L’equilibrio così conseguito, l’armonia individuale diffusa -così come sono prodigamente diffusi i beni di consumo- creerebbe altra armonia e, di conseguenza, una vita meno difficile per tutti.

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