di Fausta Genziana Le Piane
Paul Gauguin era veramente un piantagrane: quando se la prendeva con i critici non ci anda-va leggero. E’ proprio quello che fa nel libro intitolato Chiacchiere di un imbrattatele (giacché la critica considera ogni artista come un imbrattatele): “Saper disegnare non significa disegnare bene”. Come dargli torto? E allora ecco che “un pittore che non ha mai saputo disegnare ma disegna bene” è Renoir (…). In Renoir “niente è al posto giusto: non cercate la linea, non esiste; come per magia, una graziosa macchia di colore, una luce carezzevole par-lano a sufficienza. Sulle guance, come su una pesca, ondeggia una leggera peluria, animata dalla brezza d’amore che sussurra alle orecchi la sua musica. Viene voglia di addentare la ciliegia che rappresenta la bocca e imperla, nel sorriso, i dentini candidi e aguzzi. Fate attenzione: mordono senza pietà, sono denti di donna. Divino Renoir che non sa disegnare” (p. 25).
E poi che a parlare di pittura siano i pittori stessi non i letterati! Che rapporto c’è tra le arti plastiche e l’arte letteraria? La pittura è totalmente differente dalla letteratura. I pittori non hanno in alcun modo bisogno del sostegno o della guida dei letterati: “Gli uomini di lettere hanno rifiutato il “Balzac” di Rodin…”. E Gauguin attacca i critici che osano beffeggiare Pissarro: “Avete visto i gouaches di Pissarro? Paesani al mercato che vendono verdure. Li si direbbe delle verginelle che smerciano veleno” o Cézanne definito monocromo ma meglio ancora avrebbe fatto il critico a dire policromo e polifonico – con l’occhio e con l’orecchio (p. 27).
E come puntualizza e come li difende il nostro pittore delle foreste selvagge! Alcuni, perché altri li odia…
Un buon critico? Chi non assume un tono dottorale, chi non dispensa consigli, non s’aggrappa ai dogmi, chi, insomma, è capace di insegnare qualcosa e sa suscitare la maestria. Se la prende con i critici che perdono il treno e non sanno riconoscere il genio per tempo, se la prende con la ricerca continua della parentela-paternità tra gli artisti del tipo “A noi Degas pare solo un buon allievo di De Nittis!” che risulta anche essere comoda…: “il critico deve, se vuol fare vera opera di critica, diffidare prima di tutto di se stesso, invece di cercare di ritrovarsi nell’opera”.
Ma Gauguin non si limita a prendersela con i critici, esprime le sue idee sull’arte, sul talento e sul genio: “l’artista non nasce totalmente formato… il genio è probabilmente una razza in via d’estinzione, soffocata dalla nostra civilizzazione moderna…sappiamo forse da dove vengono le idee?… l’opera d’arte è fatta solo per essere fatta…l’artista si riconosce nella qualità della trasposizione… non rivela facilmente il suo segreto, l’artista dalle labbra sigillate…”.
Il pittore individua un malcostume dovuto ad una triade ben definita di responsabili che non esita a chiamare per nome: L’Ufficialità dello Stato ovvero la mistificazione degli ambienti ufficiali quali Accademie, Salon, Musei; stampa ovvero pubblicità e giornalismo; denaro ovvero alta finanza e speculazione. L’attualità dell’analisi è evidente. Tutto ciò è una minaccia alla libertà artistica. Gauguin si scaglia contro i dogmi, le scuole e il volapük, l’esperanto, la presunta lingua universale, l’internazionalismo conformista dell’arte. Rileva l’importanza della libertà e il diritto di tutto osare, di seguire se stessi e di essere “selvaggi”. Termina con il concetto di comprensione in arte e in pittura che ha a che fare più con l’impossibilità che con la possibilità, impossibilità intesa non come impossibilità assoluta ma come un’altra possibilità, quella che nasce dall’impossibilità di dire, di spiegare e di intendere, quella offerta da un “vedere senza capire”, da un altro comprendere: desiderio di incomprensione, dunque desiderio.
Fausta Genziana Le Piane

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