PIU’ DONNE NEI CDA DELLE AZIENDE PUBBLICHE

Via libera del Consiglio dei ministri al regolamento di attuazione della legge Golfo- Mosca, che dal 12 agosto renderà obbligatorie le quote rosa nelle società pubbliche e in quelle quotate in Borsa. «Significherà dare l’accesso a 6.000 donne ai consigli di amministrazione delle società pubbliche italiane», sintetizza Alessia Mosca, la deputata Pd che in perfetto stile bipartisan ha steso insieme alla collega Lella Golfo (Pdl) il testo della norma approvata un anno fa. «Un’altra importante tappa nel cammino verso l’affermazione di una nuova cultura della parità di genere», commenta il ministro per le Politiche sociali con delega alle Pari opportunità Elsa Fornero. «Si apre una nuova stagione del protagonismo delle donne», le fa eco l’ex ministro Mara Carfagna, parlando di legge «storica per il nostro Paese». In effetti la norma prevede che al primo rinnovo i cda nominino almeno il 20% di donne, e che al secondo questa quota arrivi al 33%. Non sembrano grandi numeri, se si considera la civilissima Norvegia dove la quota di donne nei board è del 40%. Ma lo sono se confrontati con la nostra realtà. Nel 2011 (dati Censis e Istat) appena il 7% del totale dei componenti degli organi di amministrazione delle società quotate conteneva una presenza femminile. «Per fortuna dall’approvazione della legge — spiega Mosca — molte società quotate, nel rinnovare i propri cda, si sono già adeguate, e ormai siamo al 10%: a partire dalla Fiat, continuando con Mediobanca, Luxottica, Fideuram». «Il vero problema sta nelle società pubbliche, o controllate dal pubblico, che ancora non siamo riusciti a calcolare con precisione», sottolinea Lella Golfo: la Fondazione Bellisario (di cui lei è presidente e fondatrice) stima 2.100 società interessate dalla rivoluzione rosa, con 13.500 membri di cda, dove solo il 4% è donna. Le nuove regole approvate ieri, che dovranno essere sottoposte al parere del Consiglio di Stato per l’approvazione definitiva, serviranno proprio a cambiare questo dato: perché di fatto consentiranno anche alla miriade di piccole società pubbliche dimodificare i propri statuti per assicurare l’equilibrio tra generi. E chi non si adegua? Le aziende private, dopo un primo richiamo, a distanza di tre mesi verranno multate con una sanzione che va dai 100 mila euro a un milione, e dopo altri 4 mesi di inadempienze subiranno lo scioglimento del cda. Mentre per le pubbliche è stato deciso che, dopo il primo richiamo, in caso di mancato adeguamento si passa direttamente allo scioglimento. Chi controlla? Nel caso delle società quotate, a vigilare sarà la Consob,mentre nel caso delle pubbliche, l’organo individuato è il ministro per le Pari opportunità. «Siamo nelle mani della Fornero, quindi in buone mani—sottolinea Golfo —. Stiamo discutendo della possibilità di un organismo di vigilanza, ma la verità è che la legge punta a cambiare la cultura, e infatti decade dopo 9 anni, tre mandati». E guai a parlare intanto di «specie protetta»: «La previsione di quote —sottolinea il ministro Fornero— è un passaggio significativo, ancorché obbligato, per consentire l’effettiva partecipazione delle donne». Parla da politica che ha sentito spesso su di sé il peso dei pregiudizi per svolgere un «lavoro da uomini»: e ora non può che auspicare un «contagio virtuoso». «Spero che questa decisione sia di esempio per la politica», ammette, lanciando già un’ipotesi di applicazione sul campo: «Spero che non si debba, con rammarico, registrare l’assenza di candidature femminili come pare essere il caso delle prossime elezioni in Sicilia».

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