di Antonia Chimenti
C’è un passo del Convito di Platone nel quale Alcibiade, un allievo un po’ discolo di Socrate, parla del suo maestro:
“… egli [Socrate] mi obbliga a confessare che di molte virtù sono privo e che trascuro me stesso mentre mi occupo degli affari degli Ateniesi. Perciò facendomi violenza e chiudendomi gli orecchi, come in presenza delle sirene, io fuggo più che posso da lui, per non essere costretto a sedergli accanto tutta la mia vita.
E dinnanzi a lui solo fra tutti gli uomini m’è avvenuto quello che nessuno di me penserebbe: che solo di fronte a lui io, che non mi umilio dinnanzi a nessuno, ho avuto vergogna di me stesso. Giacché so di non poterlo contraddire affermando che non si debba fare ciò a cui mi esorta; ma poi, appena mi allontano da lui, mi lascio vincere dalle lusinghe del favore popolare.”
Socrate fu impegnato nella vita pubblica della città di Atene:partecipò a diverse guerre e campagne militari e fu magistrato inflessibile nella tutela della legalitò, in qualitò di membro del Consiglio dei Cinquecento.
E’ più noto, tuttavia, per il rigore morale del suo insegnamento, fondato sul dialogo e sulla ricerca della verità.
E morì a causa del suo atteggiamento di dissenso nei confronti dei governanti della sua città. Aveva il “difetto” di analizzare i fatti nella loro essenzialità, era incurante delle strategie opportunistiche con le quali i politici del tempo mascheravano la verità.
Socrate educava i suoi concittadini; attraverso il dialogo li stimolava alla ricerca della verità e della virtù.
Alcibiade non ha fatto tesoro dell’insegnamento ricevuto e lo ammette. Il favore popolare è per lui più inebriante dell'”eroismo” morale.
Esiste per noi tutti una via intermedia fra Alcibiade e Socrate: la ricerca incessante della verità, il Bene come fine, la bontà come mezzo, nella vita privata e nella vita pubblica.

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