Bandite dal 2001, dopo “mucca pazza”, da giugno potranno nutrire i pesci d’allevamento. Ma perché?

di Daniela Mattalia
Oltre 20 anni fa (il primo caso nel 1986) quella della «mucca pazza» fu una delle peggiori emergenze sanitarie: 207 morti di encefalopatia spongiforme bovina (Bse), in Europa, per colpa del consumo di carne proveniente da bovini malati. A scatenare l’epidemia erano state le farine di pecora, un mix di carne e di ossa, che avevano trasmesso la malattia alle mucche e poi all’uomo. Dal 1° giugno le farine animali, bandite nel 2001 dall’alimentazione degli animali, torneranno, di suino e di pollo, per nutrire i pesci di allevamento. Così ha deciso la Commissione europea, sollevando dubbi e timori, oltretutto dopo lo scandalo della carne di cavallo camuffata. Perché ripristinarle?
Il motivo principale è economico, come spiega Vittorio Dell’Orto, direttore del dipartimento di salute, produzione animale e sicurezza alimentare all’Università di Milano: «Costano meno delle farine di soia e di aringhe con cui sono nutriti i pesci allevati». E la sicurezza? «La Bse è debellata. Ancora oggi paghiamo 56 milioni di euro per test analitici sui vitelli e la percentuale di quelli positivi è di un caso su 1 milione. E non è vero che è una dieta innaturale, i pesci sono onnivori, alcuni anche carnivori».
Saranno eseguiti tutti i controlli, assicurano a Bruxelles, e le farine verranno solo da parti dell’animale adatte anche all’alimentazione umana. E, precauzione ulteriore, saranno escluse le farine provenienti da ruminanti. Tutto bene dunque? In realtà sarà difficile scacciare il «fantasma della mucca pazza». Tre paesi, Regno Unito, Francia e Germania, che lo scorso giugno si erano opposti alla decisione, torneranno a fare battaglia per impedire la prossima autorizzazione della Commissione europea: estendere, nel 2014, l’uso di farine animali anche per maiali e volatili.


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