di Nadia Angelini

Il pensiero si espandeva in mille rivoli.
Una volontà assoluta, che sentivo appartenermi e che tuttavia mi pareva trascendesse da me, si impossessò di ogni fibra del mio essere, fino a darmi la piena consapevolezza di ciò che avrei voluto fare.
Non sapevo dove fosse diretto quel treno; l’unico mio sentimento era quello di salirvi su ed andare lontano…
La stazione con il suo brulicare di gente mi circondava, estranea, ed io avevo una gran voglia d’allontanarmene.
Infine, mi ripetevo, “Se non vuoi restare seduta qui a pensare, sali su una di quelle carrozze e lasciati portare, ovunque sia la destinazione che, questo treno, avrà!”
La tentazione di farlo era fortissima: ciò nonostante c’era qualcosa in me che mi teneva inchiodata a quel sedile di pietra, dilaniata dall’indecisione.
Mi sentivo letteralmente tagliata in due e la cosa non mi faceva affatto piacere.
Cosa c’era, in me, a tenermi così dolorosamente sospesa in quel limbo?
Ebbi la risposta, almeno per questo mio interrogativo, quando si sedettero al mio fianco due ragazzi che parlottavano felici tra di loro.
Mi ricordarono i miei figli, la mia famiglia; completamente all’oscuro di questo mio randagio sentimento.
Mi sentii meschina e colpevole a comportarmi così.
Mi resi conto di non poter fuggire come una ladra; dopotutto avrei dovuto almeno avvisare i miei!
Così decisi che sarei tornata, da loro, per avvisarli di questo viaggio che desideravo, con tutta me stessa, compiere.
Mi alzai, con fatica, raccolsi il mio bagaglio e mi apprestai a ritornare a casa.
Uscendo dalla stazione udii il fischio prolungato del treno che si allontanava e, mentalmente gli dissi: arrivederci.
Non m’interessavano i mille ostacoli che avrei dovuto superare per raggiungere la mia meta: li avrei affrontati e risolti, in una maniera o nell’altra, – mi dissi – poi, col cuore in letizia, iniziai a vagheggiare sulla condotta che avrei tenuto.
Feci mia, la dissertazione Kantiana sulla ragion pura.
Il mio desiderio, dopotutto, era davvero da considerarsi un imperativo categorico!
Era così che lo stavo vivendo e nulla mi sembrava più giusto, in quel momento, che dare vita e consistenza al mio intento.
Non nego che, questo mio inspiegabile coinvolgimento emotivo, rendeva ancor più difficile la prospettiva che mi si presentava, e questa, ahimè era la cosa più certa, di dovermi relazionare con la mia famiglia per chiarire il pensiero che andavo maturando.
Gli parlerò – pensai – mi adopererò a far comprendere loro le mie motivazioni; e d’improvviso mi resi conto che, argomentazioni valide, non ne avevo alcuna!
Cercai, scavando in me, di ritrovare la mia morale autonoma, rifacendomi a quella ragion pratica per la quale, la filosofia illuministica, dichiarava che ogni uomo aveva principi indipendenti dai sentimenti e dai bisogni pratici.
Infine decisi che, con un uso mirato del logos, forse sarei stata in grado di far digerire ai miei quello che, in tutta onestà di pensiero, neanche io riuscivo bene a comprendere.
Certo – ammisi con me stessa – non era questo il momento più favorevole a compiere un viaggio; tuttavia non trovavo in me alcuna propensione ad un’eventuale rinuncia.
Ero giunta a casa.
Guardai di là dai vetri della finestra: la vista, che si presentò ai miei occhi, mi provocò un interno moto di ribellione.
Amavo davvero ogni cosa che abbracciavo con lo sguardo!
Allora perché questa voglia così prorompente di allontanarmene?
Non riuscivo a darmi una risposta che sarebbe stata in grado di rendermi evidente la motivazione che, in ogni caso anche se nascosta, avevo la certezza dovesse essere razionalmente radicata in me.
In tutto questo rimescolio di pensieri e sensazioni, più o meno espresse, una sola era la certezza che mi appariva lampante e predominante: dovevo andare via! La cosa più importante, di là da ogni altra considerazione più o meno valida era questa: la compiuta convinzione di non voler essere dov’ero!
Questa instabilità però mi faceva stare male.
Avevo la sensazione di trovarmi intrappolata in una via senza uscita, dilaniata da una forza misteriosa che mi spingeva ad andare nella direzione opposta, alla quale il cuore, imperava invece che io restassi.
Girai lo sguardo intorno, appropriandomi d’ogni angolo della mia casa: mai l’avevo considerata tanto bella e così mia!
In ogni oggetto ritrovai un po’ di me.
Accoglievo inspiegabile questo moto così violento che andava annidandosi in me.
Perché? Mi chiedevo, perché tutto questo se la mia vita, i miei affetti e tutto ciò che mi apparteneva conservavano ancora, come sempre, il loro primario significato, io avvertivo così prepotentemente il desiderio di fuggirne?
Inconsciamente ne ero addolorata ma, coerentemente, avvertivo di dover accettare questo sconvolgimento che si stava verificando in me.
Lo sguardo si posò su alcune foto poste sul pianoforte: ricordi di famiglia, oggetti che sentivo cari, come sempre e più di sempre.
Il profumo dei lillà, appena fioriti, che mi giungeva da oltre le finestre socchiuse che s’affacciavano al terrazzo della mia casa sembrò, per un attimo, chetare questa mia tumultuosa voglia di fuggire lontano… ma lontano da cosa? Andavo ripetendomi.
Forse da tutto quello che mi circonda e che amo disperatamente? Forse desidero allontanarmi dall’uomo che mi è compagno di vita; o voglio prendere distanza dall’affetto che ho per i miei figli?
Mi rispondevo che no… nulla di tutto questo poteva appartenermi.
Che cosa mi stava succedendo? Stavo forse sul punto di perdere la ragione?
Immaginai il doloroso stupore negli occhi dell’uomo che amavo, lessi, quasi a viverla, l’incredulità che avrei letta in quelli dei miei ragazzi, se avessi comunicato loro quel mio fermo proposito.
Ero sconvolta!
Dilaniata da percezioni che viaggiavano, inesorabilmente, in direzioni opposte e che io, per quanto mi sforzarsi di farlo, non riuscivo a conciliare.
“Come puoi pensare di allontanarti di qui? – mi chiedevo – Chi avrà cura della tua casa, della tua famiglia, se tu abbandoni tutto per fuggire lontano?”
Soltanto una cupa sofferenza mi giungeva come riposta ai quesiti che, seppure ritenessi
immorale pormi, reclamavano una loro chiarificazione.
Una voglia di pianto mi attanagliò e, il sapore salato delle lacrime, sciolse la sofferenza riportandomi in una dimensione più vera e compiuta.
Sentivo le palpebre pesanti, una spossatezza immensa: avevo voglia di dormire!
Riuscii, nonostante le lacrime, ad aprire gli occhi e distinguere chiaramente ciò che mi circondava.
La luce forte del mattino mi ferì come una sciabolata: mi svegliai completamente; ed in quel momento compresi.
Quanta sofferenza in quel sogno!
La nostalgia del mondo che mi apparteneva aveva scatenato nel mio inconscio una battaglia tanto ardua, quanto superflua.
Finalmente mi ero destata!
Fu rassicurante la consapevolezza che non c’era nulla che io dovessi far comprendere a nessuno.
Il mio viaggio non aveva alcuna ragione di essere ostacolato e la mia famiglia era lì per accompagnarmi a compierlo.
Quella stanzetta anonima d’ospedale che mi aveva accolta, durante lunghi giorni di tensione e paura, mi apparve ora luminosa ed accogliente; ma era esattamente di là che io volevo fuggire!
La sofferenza…il senso d’impotenza che avevo vissuto in sogno, si chiarificarono in quel momento, ed io compresi il perché di quel doloroso stupore.
Era vero!
Volevo allontanarmi; ma soltanto da quel periodo della mia vita in cui avevo sofferto, oltre che nel corpo, la lontananza dei miei cari e di tutto quello che avevo lasciato fuori di lì.
Il viaggio che tanto desideravo era soltanto quello che mi avrebbe riportato a casa; ora stava per iniziare, e con lui, il mio ritorno alla vita.

Nadia Angelini
angelini.nadia@fastwebnet.it

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