Gli amici italiani
racconto inedito Anna Foschi Ciampolini* 4 luglio 2004
larthia@shaw.ca

da Letteratura canadese e altre culture

Dopo aver venduto il suo negozio in Commercial Drive, Corrado Nardi continuò a servire la sua clientela, quasi tutta italiana, facendo degli occasionali lavori di elettricista, più per un bisogno di tenersi occupato che per i guadagni supplementari che la sua nuova attività avrebbe potuto procurargli. Per venticinque anni “Vallico’s”, il suo negozio d’impianti d’illuminazione ed elettrodomestici, era stato un modesto ma continuo successo e la sua vendita gli aveva assicurato una buona pensione. Avrebbe potuto espandere i suoi affari o aprire altri negozi in diverse zone di Vancouver, e quello infatti era stato il suo progetto fino a quella mattina di venerdì quando sua moglie, tornando a casa dal turno di notte al General Hospital, aveva attraversato con la sua Toyota l’incrocio tra East Hasting e Rupert mentre l’autista di un camion, assonnato e ansioso di recuperare il tempo perduto a bere un paio di birre cogli amici alla taverna, aveva accelerato di colpo col semaforo rosso ed era andato a schiantarsi contro la sua auto.
Giuliana era stata il suo unico vero amore. Erano tutt’e due di Vallico, un paese dei monti della Garfagnana in Toscana, dove la maggior parte della gente erano piccoli contadini o artigiani, molti dei quali emigrati oltreoceano, in Belgio o in Germania a vendere i loro prodotti o a lavorare nelle miniere di carbone. Si sposarono quando lui si diplomò elettricista e cominciò a lavorare. Nel 1970 decisero di trasferirsi a Vancouver, dove lo zio di Giuliana si era stabilito da anni. Quasi subito lei fu in grado di trovare lavoro come infermiera generica, ma dopo un paio d’anni stava già per licenziarsi dall’ospedale per aiutarlo nel negozio di apparecchi elettrici che avevano appena aperto, quando l’incidente in macchina le stroncò la vita.
A Corrado restò solo il lavoro al negozio a tenerlo su. Non avevano avuto figli, avevano pensato che per quello potevano aspettare ancora un po’, metter da parte più soldi e ora lei non c’era piú. Lavorava sodo e il negozio prosperava, ma gli mancava la motivazione per espandere gli affari. Però col tempo cominciò a coltivare altri interessi. Si fece socio del Winemakers Club al Centro Culturale Italiano, imparò lo sci di fondo e si appassionatò alla fotografia vincendo anche qualche piccolo concorso locale. I suoi amici lo esortavano a farsi la ragazza, promettevano di presentargli qualche donna italiana ancora disponibile, ma lui sapeva bene che uscire con una donna della comunità significava impegnarsi e non si sentiva ancora pronto.

“Allora, andiamo a ballare al club, ci vanno tutti quelli che sono in caccia di donne, al Singles Dances o al German Club – insistevano gli amici della Società Culturale Toscana e del Calabria Coffee Bar – “È facile, c’è solo da scegliere. Sono donne affamate, quelle lì, eh! Sono sole, divorziate o si rigirano degli uomini che son solo dei coglioni o degli stronzi. Da’ retta a me, c’è tanta bella fica! …”

Qualche volta era davvero andato a ballare con loro, nelle piste male illuminate dei ristoranti o nel fragore delle discoteche di moda negli anni ’80, sentendosi a disagio al pensiero che molti dei suoi compagni avevano a casa mogli ingenue che non sospettavano nulla e lui avrebbe dovuto reggere il sacco e confermare le menzogne con cui quelli giustificavano le notti passate fuori, ma ancor più a disagio nell’intuire il senso di sottile disperazione che aleggiava in quei locali, il disappunto che diventava sempre più palpabile col passare delle ore. Dopo la mezzanotte, molti degli uomini di mezza età, parecchi già un pò calvi, avevano bevuto troppo e cominciavano a comportarsi goffamente. Le donne con gli occhi duri, strizzate in vestiti troppo attillati e troppo truccate, cominciavano invece a rendersi conto che avrebbero dovuto accontentarsi di quel che capitava ed era sempre meglio che tornare a casa e affrontare ancora il vuoto della solitudine. Presto si stancò delle Singles Dances. Ebbe un paio di avventure di breve durata con donne che aveva incontrato per caso, e poi apparve Luzviminda, una filippina che al suo paese era stata insegnante di scuola superiore ed ora faceva la cameriera al Century Plaza Hotel. Luzviminda leggeva libri di letteratura, cucinava divinamente, gli stirava le camicie ed era ansiosa di compiacerlo, ma dopo due anni che stavano insieme lei si mise a insistere di sposarlo e a chiedere che facesse il garante per l’immigrazione in Canada delle sue due figlie, di sua madre e un fratello che aspettavano nelle Filippine. Cominciarono a litigare; occorsero a Corrado alcuni mesi per districarsi da quella situazione, e gli dispiacque un pò perché Luz gli piaceva, ma non voleva complicazioni.
A 57 anni Corrado si era adagiato in una comoda solitudine. Comprò un computer e cominciò a navigare nell’internet, trascorrendo sempre più tempo dietro a questo nuovo interesse. Lasciò perdere il Winemakers Club e prese l’abitudine di mangiare due volte alla settimana da “Carmela’s Trattoria” che era appena a un isolato da casa sua su Franklin Street, un posto dove gli uomini accorrevano da ogni parte della città ipnotizzati dalla bellezza della giovane siciliana dai capelli corvini che serviva ai tavoli mentre sua madre, la proprietaria, cucinava i piatti piccanti del sud Italia.
Una sera Corrado navigando in internet scoprì “Cuore Matto”, un interessante sito in lingua italiana dedicato a scambi di corrispondenza per i cosiddetti Pen Pals. Stimolato, vi inserì un breve messaggio. Pensava che sarebbe stato piacevole chiacchierare con qualcuno che parlasse la sua lingua e chissà, forse incontrare gente interessante. Aveva quasi dimenticato il suo atto impulsivo quando dopo pochi giorni cominciarono ad arrivare e-mail di sconosciute. Per qualche settimana andò avanti a rispondere a tutti i messaggi dall’Italia, poi la sua scelta cadde sull’interlocutrice “Cinzia 2003”. Era una divorziata di 45 anni, che viveva a Corsico, vicino Milano. Aveva un impiego sicuro come controllore all’Ufficio Postale e un figlio adolescente di nome Marco che viveva in casa con lei. Si scambiarono informazioni personali e si misero a parlare delle differenze tra l’Italia e il Canada raccontandosi divertenti aneddoti. Corrado era piacevolmente sorpreso dalla personalità equilibrata che traspariva da quei messaggi e presto cominciò a tornare a casa prima del solito ansioso di aprire la posta di“Outlook” e cercare i messaggi. Cinzia Benelli, sorridente nel ciberspazio, appariva come una brunetta carina e piacevolmente pienotta, vestita semplicemente ma con una certa ricercatezza. Gli inviò delle foto di se stessa, da sola al mare e seduta con il figlio Marco nel salotto del loro appartamento ammobiliato con gusto e lui contraccambiò con un suo ritratto fatto con l’ autoscatto e con foto della casa e del suo ampio giardino. Lei rispose con un annuncio a sorpresa:

“Carissimo Corrado!! Marco ed io abbiamo una grande notizia per te! Abbiamo appena deciso di passare un mese di vacanza a Vancouver la prossima estate. Sì, Corrado, ho vinto la mia paura di volare e sono pronta a venire a farti una visita. È il mio primo viaggio su una distanza così grande ma sono sicura che ci divertiremo, e poi, Marco avrà l’occasione di esercitarsi col suo inglese. Da parte mia, non so neanche una parola, ma questo non mi preoccupa. A presto!”

La notizia portò grandi cambiamenti nella routine quotidiana di Corrado. Era davvero felice di ricevere visite dall’Italia. Per molti anni non si era curato di tornare in visita nella sua vecchia patria. Si era indotto a distaccarsi dal suo passato e dalle sue memorie, in modo quasi fatalistico, limitandosi a conservare viva nel suo cuore solo la luminosa presenza di Giuliana, ma negli ultimi tempi i suoi interessi verso l’Italia e gli avvenimenti italiani si erano riaccesi grazie a Cinzia e all’internet che gli consentiva di leggere le notizie del giorno e di curiosare su fatti e fatterelli vari. Gli ospiti avrebbero potuto aiutarlo a colmare il vuoto della sua lunga assenza, un intervallo di piú di trenta anni, e poi, chissà, forse sarebbe nato qualcosa di più profondo dalla amicizia con Cinzia. Non avevano parlato apertamente di un futuro insieme, ma questo viaggio era un invito ad esplorare un’intera nuova prospettiva della loro relazione e lui si sentiva rilassato con la saggezza che viene dall’esperienza e dall’età.
Vancouver aveva riservato uno spettacolare benvenuto estivo pieno di sole e di brezza marina all’arrivo di Cinzia e Marco che rimasero estatici: “Grazie al cielo! È meraviglioso qui!” esclamò Cinzia salutandolo all’aeroporto “A Milano siamo stati a friggere dal caldo nelle ultime cinque settimane! C’era un’afa tremenda, faceva piú di 43 gradi, sono anche svenuta per la spossatezza!”
In pochi giorni, tutti e due avevano ritrovato vigore e il pallore e l’affaticamento causati dal caldo brutale dell’estate italiana erano spariti. Corrado preparò con cura un programma per offrire ai suoi ospiti il meglio di una vacanza canadese.
Andarono a passeggio lungo il Seawall di Stanley Park, fecero escursioni per i sentieri nelle foreste del North Shore, poi si fecero coraggio e attraversarono anche il celebre ponte sospeso sul fiume Capilano. La città, inondata dalla luce del sole, splendente di verde e di azzurro, si stendeva lungo l’oceano come una bella seduttrice. Ammirarono il Queen Elizabeth Park perfettamente curato e almeno altri dieci parchi della città. Corrado organizzò anche un viaggio a Victoria, la capitale della provincia, per mostrare l’inebriante e quasi sensuale bellezza dei suoi famosi giardini, prima di portare i suoi ospiti a trascorrere una settimana a Christina Lake, nella selvaggia e montuosa regione del West Kootenays, dove conosceva un paio di famiglie che vivevano non lontano da quel lago. Tutto preso a intrattenere i suoi ospiti, non si era accorto che quelli diventavano sempre più chiusi e taciturni. Le loro telefonate intercontinentali erano state piacevoli e vivaci, al punto che a volte avevano passato ore a telefono, ma adesso Cinzia sembrava più interessata a parlare fitto fitto col figlio che a conversare con Corrado.

“Ma cazzo, mi piglia un colpo se devo passare un’altra giornata a visitare un altro stronzissimo parco! Sto crepando di noia e quel vecchio rincoglionito pensa che io mi stia divertendo! E ora, ci tocca andare con lui in questo posto, il Kutenae o come-cazzo-si-chiama, sperso chissà dove!” Era la voce di Marco che veniva dalla camera degli ospiti .

“E statti zitto, Marco! Che figura mi fai fare? Sta cercando soltanto di essere gentile!” replicò Cinzia.

“Io mi sto rompendo le palle, lo vuoi capire? Questa merda di città è peggio di un cimitero! Te l’ho detto che non ci volevo venire! Sarei potuto andare coi miei amici a Londra o in Grecia, dove cuccavo alla grande!”

“Piantala! Che vuoi che faccia? Secondo te, dovrei scucire altri soldi per cambiare la data del volo? Te lo sogni! Ormai ci siamo e ci restiamo; cerchiamo di tirarne fuori il meglio e non mi fare incazzare, capito?”

Cinzia e Marco uscirono dalla stanza con un sorriso serafico stampato sulla faccia e con le sacche da viaggio pronte. Più che ferito, Corrado era rimasto attonito. Pensò alla sua gioventù, quando racimolare dei soldi per portare la ragazza a vedere un film di seconda visione era già una soddisfazione per lui e per i suoi amici. Ripensava ai suoi modesti sogni: trovarsi quanto prima un lavoro per potere aiutare i suoi genitori, mettere i soldi da parte per sposarsi e forse comprare una piccola macchina usata. I giovani erano così diversi al giorno d’oggi; lui, ai suoi tempi, non si permetteva neanche di fantasticare su un viaggio di piacere, per lui e i suoi amici l’America era solo l’ amara via dell’esilio, e ora guarda un pò questo ragazzo, Marco, con la sua maglietta firmata, le scarpe Nike che costano un occhio, e lui si si lagna di non divertirsi! Anche Cinzia, era abbastanza schizzinosa ed esigente, l’aveva notato quando lei aveva criticato il piccolo ristorante a buon mercato su Denman Street dove si erano fermati per un rapido spuntino e lo aveva fatto ripensare a Giuliana, che preparava i panini a casa per risparmiare due soldi.
Rispettava Cinzia, sapeva dei tempi difficili che aveva passato quando aveva dovuto ricoverare suo marito in un istituto a causa di una malattia mentale, ma comiciava a sentire che la confidenza reciproca e quel senso di calore di quando si scrivevano sull’internet si stavano spengendo. Forse era stato lontano per troppo tempo, non riusciva piú a capire come l’Italia potesse essere tanto cambiata, come la gente avesse tanti bisogni superflui e tanti soldi per soddisfarli, mentre per lui, da giovane, tutto era stato solo una lotta per la sopravvivenza.
Non provava invidia, solo confusione. Per la prima volta dubitava delle sue scelte: come sarebbe stato, se fosse rimasto là? Come si sarebbe svolta la sua vita? Forse tutti i suoi sacrifici e tutto quel duro lavoro erano stati inutili. Sarebbe potuto rimanere a Vallico e probabilmente avrebbe potuto fare più soldi con meno fatica. Forse Giuliana sarebbe stata ancora viva. Forse… chi avrebbe potuto immaginare che le cose sarebbero cambiate in modo così drastico? Le cose non si cambiavano facilmente nel vecchio mondo, almeno quando lui era ragazzo, ai tempi in cui se la famiglia non aveva amici potenti che ti aiutassero ad assicurarti un futuro a furia di “raccomandazioni”, allora ti dovevi andare a iscrivere al Partito Comunista o entrare all’Oratorio della Chiesa o meglio ancora frequentare tutti e due questi luoghi per poter fare delle conoscenze e andare avanti nella vita. A quei tempi, i ragazzi di famiglia povera parlavano sempre di andare a Milano o a Torino per trovare un lavoro in fabbrica. Marco non aveva mai lavorato in vita sua, non ne aveva bisogno. Cinzia gli aveva raccontato come diverse sue amiche avessero rifiutato di ricevere promozioni che comportavano il trasferimento in un ufficio che ritenevano scomodo perché troppo distante da casa loro, gli diceva come molte offerte di lavoro in fabbrica restassero senza risposta e come le fabbriche dovessero reclutare immigrati dall’Est Europa o dal Nord Africa per poter andare avanti con la produzione, dato che in Italia i giovani non erano interessati a quei tipi di lavoro. Si sentiva disorientato, ma soprattutto si sentiva stranamente vecchio, un relitto di un tempo trascorso e dimenticato, un sopravvissuto, perché l’Italia che viveva nei suoi ricordi era superata e sbiadita come le vecchie foto ingiallite che teneva nel suo album di famiglia e non riusciva ancora a riconoscersi nella nuova realtà che poteva intravedere dall’internet o dalle conversazioni con Marco e Cinzia.
Corrado sbirciò cautamente la sala di “Carmela’s Trattoria”: era vuota, salvo per la presenza dell’omonima, la proprietaria, che contava i soldi alla cassa.

“È troppo tardi per fare un pò di cena?

“La cucina è chiusa, ma le posso riscaldare del buon minestrone e cucinare una bistecca, se vuole.”

“Non si disturbi, il minestrone e un poco di prosciutto e formaggio vanno benissimo. Grazie!”

“Bene allora, si sieda lì, sarà pronto in un minuto. Ecco un bicchiere di vino.”

Corrado sorseggiò il vino lentamente. Aveva appena condotto Cinzia e Marco all’aeroporto per il loro volo di ritorno. Lo avevano abbracciato in fretta, con gli sguardi che saettavano verso la porta d’ingresso dell’aeroporto, controllando il bagaglio ogni cinque secondi, visibilmente sollevati all’idea della partenza. Lei lo aveva ringraziato della magnifica ospitalità e aveva promesso di mandare immediatamente una e-mail per fargli sapere che erano arrivati bene. Si erano scambiati promesse di scriversi e di future visite, ma quando alla fine lui si allontanò in macchina sentì che quelle promesse suonavano false.
La settimana nel West Kootenays non era stata un successo. Quell’estate gli incendi delle foreste avevano devastato mezza provincia e il fumo acre della vegetazione in fiamme, offuscando l’aria d’una foschia bluastra, a volte giungeva fino alle rive di Christina Lake, dove avevano affittato un piccolo cottage. Il caldo era intenso, si mitigava solo un poco la notte, tuttavia Cinzia rifiutò di trovare sollievo facendo qualche nuotata nel lago, perché l’acqua era troppo frigida.
Christina Lake era una località tanto piccola che non si poteva chiamare neanche un villaggio. Era solo un gruppo di poche case, motel e negozi, ma per fortuna il ristorante locale offriva una scelta di piatti di pasta, il cibo favorito di Cinzia e Marco, e questo mitigò il loro disappunto quando appresero che Corrado aveva dimenticato di portare la macchinetta del caffè espresso. Nel cucinino del cottage c’era solo il percolator per fare il caffè americano che Cinzia chiamava “risciacquatura di piatti” e il piccolo bar all’angolo della strada non era attrezzato per l’espresso, così si erano dovuti accontentare.

“Non mi hanno neppure lasciato fumare lì al bar!” si lamentò Cinzia.

“Non si può fumare nei ristoranti e luoghi pubblici,” replicò Corrado.

“Beh, questa è discriminazione! E voi dite che questo è un paese libero? Uno non può neanche camminare dalla parte della strada che più gli piace, come al Seawall, ricordi? Mi hai detto che dovevo camminare dalla parte sinistra e poi dalla parte destra al ritorno! La gente qui è ossessionata con le regole!”

Corrado sorrise e non disse niente. I vecchi immigrati italiani che conosceva non avrebbero neanche sognato di criticare il paese che li aveva accettati, convinti com’erano di avere scoperto il loro Eldorado, ma Cinzia a volte eccedeva nelle sue critiche ed era anche più testarda di quanto le sue e-mail non rivelassero. Corrado non si curò di discutere; sapeva che agli italiani non piacciono le regole e anche per lui era stato difficile all’inizio. Pensò che la compagnia dei suoi amici locali avrebbe divertito Cinzia e Marco, che invece divennero più frustrati dato che spesso erano tagliati fuori della conversazione che avveniva per lo più in inglese. Solo uno dei suoi amici, immigrato dal Molise da ragazzino, sapeva parlare ancora un po’ d’italiano; gli altri erano italiani di seconda generazione sposati con donne canadesi. Comunque, tutta questa gente organizzò una calorosa accoglienza e una serie di gite a località di interesse in quella zona, ma i loro sforzi non riuscirono a impressionare gli ospiti. Anzi, Marco s’infuriò perchè in una giornata particolarmente calda l’aria condizionata nella casa dei Di Franco dov’erano invitati a pranzo lo aveva fatto starnutire. Cinzia poi cercava di nascondere la sua crescente irrequietezza dietro un sorriso fisso. Un tardo pomeriggio, tiepido e languido dei colori dell’estate, prima di andare a Rossland dove erano attesi a cena presso un altro amico di casa, Corrado volle fermarsi a Nancy Green Lake, un lago nascosto su un piccolo altopiano circondato dalla foresta. Non c’era nessuno a quell’ora e il piccolo lago offriva un’oasi di assoluta tranquillità e silenzio rotto solo dai richiami degli uccelli. Per un pò rimasero seduti su dei ceppi d’albero vicino alla riva, la foresta intorno a loro verde, frusciante di brezza, profumata di resine. La tinta rosata del tramonto già si diffondeva sull’azzurro pallido del cielo.

“C’è tanta pace qui, non è vero?” disse Corrado. Cinzia e Marco emisero un sospiro e lo guardarono con tristezza:

“Troppo silenzio! C’è troppo silenzio qui.”

“Beh, è una foresta, non uno stadio!”

Essi mormorarono qualcosa circa tutta quella pace ch’era piacevole per un paio di giorni, ma non per una settimana, e d’allora in poi cominciarono a parlare quasi esclusivamente tra di loro, organizzare la loro giornata con un programma a loro misura, lasciando Corrado incerto se la sua presenza fosse realmente gradita. Anche quando tornarono a Vancouver, Corrado si rese conto che preferivano davvero fare a meno di lui e aspettare solo il giorno in cui l’avrebbe portati all’aeroporto.

“Ecco il suo minestrone. È sicuro di non volere anche una bistecca?”

“No, Signora Carmela, sono a posto. Ho appena accompagnato degli amici all’aeroporto, non ho fame, ma mi fa piacere fermarmi qui per uno spuntino.”

“Lo so, lei è un buon cliente. Abbiamo avuto un bel pò di lavoro oggi, sono stanca. Stavo proprio per chiudere quando siete entrato.”

“Mi dispiace di averle dato del lavoro in piú!”

“Oh, andiamo! Sono abituata a lavorare sodo. Vivo in questo paese da trentadue anni e non c’è stato un giorno che non abbia dovuto lavorare come una bestia da soma! Quando il mio povero marito morì ed io rimasi sola con la mia bambina, come crede che abbia potuto tirare avanti? Ho dovuto fare due o tre lavori allo stesso tempo, quattordici, quindici ore al giorno, anche quand’ero malata. Non mi lamento, comunque: sono stata fortunata di aver potuto aprire questo posto e ora sta andando benino, mia figlia mi aiuta.”

“Ha fatto un buon lavoro.”

“Ho fatto quello che dovevo fare. Dobbiamo lavorare duro per fare soldi, per questo siamo venuti qui. Vuole del dolce? Ho del gelato e del caramello. No? Come desidera.”

La guardò ripulire il tavolo, poi lei gli ha portò il conto e andò a sedere dietro il bancone per finire di fare i conti dell’incasso. Notò che aveva una faccia dai lineamenti decisi, un po’ come una statua greca, con un naso dritto e gli occhi scuri, intensi. Aveva delle profonde rughe scavate sul volto fiero e spoglio di trucco, scure ombre di stanchezza le segnavano gli occhi, eppure dai suoi gesti traspariva una energia indomabile. I suoi capelli neri e ondulati erano striati di grigio e raccolti in un nodo di foggia antiquata; indossava una semplice gonna nera e una camicetta bianca. Corrado continuava ad osservarla con una specie di vago riconoscimento. Lei poteva capire. “Se le racconto, lei può capire. Veniamo dallo stesso universo. Lei sa. Almeno qualcun altro sa. Almeno, non sono soltanto io.”
Fu con quel pensiero che gli recava calore che si avviò verso casa.

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*Anna Foschi Ciampolini è nata a Firenze e vive a Vancouver dal 1983. Scrittrice, giornalista, traduttrice, ha anche prodotto e condotto programmi radio e televisivi ed ha organizzato numerosissimi avvenimenti culturali e conferenze internazionali. Ha pubblicato due antologie: Emigrante (1985) e Writers In Transition: Yesterday, Today and Tomorrow (1990) ed i suoi racconti e lavori di critica letteraria sono stati pubblicati in sei antologie in Italia e in Canada. I suoi articoli sono usciti su giornali e riviste letterarie in Italia, Stati Uniti, Australia, Costarica e Canada.
Ha vinto il terzo premio della “Settimana Italiana – Ottawa”, il premio speciale giuria di “Voci di Donne – Città di Savona” ed è stata finalista del Premio Pietro Conti-Filef: il suo racconto “Una giornata come un’altra” è stato letto alla RAI sul programma nazionale rete culturale; inoltre, nel marzo 2006, la radio Emiliano-Romagnoli nel Mondo ha mandato in onda un altro suo racconto, “Struggente Rimini”.
Anna è la co-fondatrice del Premio Letterario Francesco Giuseppe Bressani del Centro Culturale Italiano di Vancouver, è stata per due mandati la Presidente della Associazione Scrittori/Scrittrici Italo-Canadesi di cui è co-fondatrice e tuttora fa parte del direttivo della associazione. RAI International le ha dedicato una intervista nel 2005 e nello stesso anno è stata inserita nella Hall of Fame del Centro Culturale Italiano di Vancouver, BC.
Anna lavora da molti anni a Vancouver nel campo dell’assistenza a famiglie di immigrati vittime di violenza domestica, e tiene corsi e seminari per immigrati e professionisti che lavorano a contatto. Inoltre, partecipa come esperta di letteratura italo canadese e di aspetti e problemi dell’emigrazione a conferenze ed avvenimenti letterari in Italia.

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Web of Hearts
Anna Foschi Ciampolini
larthia@shaw.ca

After he sold his business on Commercial Drive, Corrado Nardi continued servicing his mainly Italian clientele doing casual work as an electrician, more out of a need of keeping busy than for the extra income his new venture could generate. For twenty-five years his “Vallico’s” lighting fixtures and electrical home appliances store had been a modest but steady success and its sale has assured a good retirement income for him. He could have expanded his business or opened other outlets in different areas of the Greater Vancouver, and that had actually been his plan till that Friday morning when his wife, coming home from her night shift at the General Hospital, drove across the East Hastings and Rupert intersection where a weary truck driver, anxious to make up for the time he had wasted drinking a couple beers with his pals at the pub, stepped on the accelerator through a red light and slammed his truck into her car.
Giuliana had been his only true love. They both were from Vallico, a village in Tuscany’s Garfagnana Mountains where most people were small farmers or craftsmen, many of whom emigrated overseas or to Belgium or Germany to sell their crafts or work in the coalmines. They got married when he started working as a certified electrician and in 1970 decided to move to Vancouver where Giuliana’s uncle had settled years before. Soon, she was able to find a job as a practical nurse, but after a couple of years she was about to quit the hospital job and join him at his newly opened electrician shop when the car accident ended her life.
Corrado had only his work at the store to keep him together. There were no children; they had thought they could wait a little longer and make more money for that and now she was gone. He worked hard and his store prospered, but he lacked the motivation to expand his business; instead, he cultivated other interests, joined the Winemakers Club at the Italian Cultural Centre, went cross-country skiing and took a passion to photography even winning awards at local photo competitions. His friends urged him to get a girlfriend, and offered to introduce him to some eligible Italian women, but he knew that dating a woman in the community meant commitment and he wasn’t ready for that.

“Then, go to the Singles Dances or to the German Club!” urged his buddies at the Toscani Cultural Society and the Calabria Coffee Bar “It’s easy, you just have to do the picking. They are hungry, those women, uh! They are divorced, or have boyfriends who are assholes; I’m telling ya, C’è tanta bella fica! …”

Sometimes he had gone with them to the dances, on the dimly-lit restaurant dance floors and the noisy discos of the 80’s, uneasy at the thought that most of his buddies had unsuspecting wives and that he would have to back up their lies about their night outings, but even more uneasy at the subtle desperation hovering in those places, at the disappointment becoming more palpable by the hour. After midnight, most of the middle aged, balding men had already had too much to drink and were acting clumsy, and the hard-eyed women, wearing dresses that were too tight and makeup that started to cake and streak were realizing that they had to settle for just something or they would have to face again the hopelessness of their loneliness. Soon, he became tired of the Singles dances and had a couple of short-lived affairs with women he met by chance, and then there was Luzviminda, a Filipino woman who had been a high school teacher in her country and was working as a chambermaid at the Century Plaza Hotel. Luzviminda read literature, cooked divinely flavoured meals, ironed his shirts and was eager to please him, but after two years of having a good time together, she wanted to marry and have him sponsor her two daughters, her mother and one of her brothers waiting in the Philippines. They started to quarrel and it took Corrado a few months to extricate himself from that situation and then he was sad because he liked Luz, but he didn’t like complications.
At 57, Corrado had settled for a comfortable aloneness. He bought a computer and started surfing the Internet, spending more and more time on this new interest. He let go of the Winemakers Club and took the habit of dining twice a week at “Carmela’s Trattoria,” just a block away from his house on Franklin Street, a place where men were flocking from all over town to salivate after the young raven-haired Sicilian beauty who waited the tables while her mother, the proprietor, cooked fiery Southern Italian dishes.
One evening, the Internet search yielded an interesting site on international “Pen Pals” and Corrado posted a little ad in their Italian site called “Cuore Matto”. He thought it would be nice to chat with someone who spoke his language and who knows, maybe meet interesting people. He had almost forgotten his impulsive action when some e-mails started pouring in from strangers. For a few weeks he was busy answering to all the messages from Italy, then “Cinzia2003” became his interlocutor of choice. She was a 46-year-old divorced woman, who lived in Corsico, near Milan, had a secure job as a controller at the Post Office and a teenage son living at home. They traded information about their life and talked about the differences between Italy and Canada exchanging funny anecdotes. Corrado was pleasantly surprised at the even disposition and maturity that transpired from her e-mails and soon he was rushing home to click on “Outlook” checking for messages. Cinzia Benelli, smiling from cyberspace, looked like a petite, pretty brunette with a slightly plump figure, dressed simply yet elegantly. She sent snapshots of herself sitting with her son Marco in the living room of their neatly furnished apartment and he sent a self-portrait taken with the self-timer and photos of his home and large garden. She replied with a surprise announcement:

“Dear Corrado!! Marco and I have great news for you! We just decided to spend a one- month holiday in Vancouver this coming summer. Yes, Corrado, I’ve conquered my fear of flying and am ready to come visit you. It’s my first trip to such a great distance and I’m sure that we’ll have a lot of fun; also, Marco will be able to practice his English. As for me, I can’t speak a word of it, but I am not worried. See you soon!”

The news brought a new spin in Corrado’s routine. He was delighted at the novelty of having guests from Italy. For a long time he had not cared about visiting the old country. He had somehow distanced himself from his past and his memories almost fatalistically, except for Giuliana’s luminous presence still living in his heart, but lately his interests towards Italy and things Italian had rekindled thanks to the Internet that allowed him to read the daily news or browse for a variety of information. The visitors could help him to bridge the 33-year gap of his absence, and he was open to possibilities with Cinzia. They had not openly talked about a future together but this trip was an invitation to explore a whole new perspective for their relationship; he felt relaxed with the wisdom that comes with age.
Vancouver had reserved a spectacular, breezy summer welcome for Cinzia and Marco’s arrival and they were ecstatic: “Thank God! It’s marvellous here!” exclaimed Cinzia greeting him at the airport “In Milan, we were frying from the heat for the past five weeks! It was over 43 degrees Celsius, I even fainted at work for heat exhaustion!”
In a few days, their pallor and fatigue from the brutal heat of the Italian summer of 2003 disappeared; Corrado carefully prepared a program to showcase the best of a Canadian holiday to his guests.
They walked the Seawall in Stanley Park, hiked on the steep trails of the North Shore and gingerly crossed the Capilano suspension bridge. The city, awash with sunshine, was at its most seductive incarnation. They admired the perfectly manicured Queen Elizabeth Park and at least ten other city parks; Corrrado organized a trip to Victoria to display the intoxicating beauty of the capital’s luscious gardens before taking the visitors to the rugged West Kootenays, where he knew a couple of families who lived not far from Christina Lake. Busy as he was entertaining his guests, he failed to notice that they were becoming more and more withdrawn. Their long distance phone calls had been a lively and excited exchange of information and news on their countries, but now Cinzia seemed more interested in talking continuously to her son than in conversing with Corrado.

“Shit, I’m gonna die if I’ve to spend the day visiting another fucking park! It’s so boring and he thinks I’m having fun, that old asshole! And now, we have to go to this Kutenae, some goddamn place in the middle of nowhere!” It was Marco’s voice coming from the guest’s room.

“Shut your mouth, Marco! He’s just trying to be nice!” replied Cinzia.

“Yeah, but I’m fucking bored! This city is full of shit, it’s worse than a cemetery! No fun at all! I’ve had it. I told you I didn’t want to come! I could have gone with my friends to London or Greece and have real fun!”

“What the hell do you want me to do? I can’t cough up extra money to change our flight date! Just shut up, don’t bug me and let’s just try to make the best out of it.”

Cinzia and Marco came out of the room with a happy smile on their faces, their duffel bags ready for the trip. More than hurt, Corrado was astonished. He thought of his youth, when scraping together the money to take a girlfriend to a second run movie was already an accomplishment for him and his friends. He remembered his modest dreams: to get a job as soon as possible so that he could help his parents, save money to get married and maybe buy a small used car. Young people were so different nowadays; he couldn’t even fantasize about a leisure trip in his days, for him and many others, America was only the bitter road to exile, and now look at this kid, Marco, with his designer T-shirts and expensive Nike shoes, who’s complaining about not having fun! Cinzia too, was a bit finicky and demanding. He remembered how she had criticized the small, cheap restaurant on Denman Street where they stopped for a quick bite and thought of Giuliana who packed lunch to save some extra money.
He respected Cinzia and knew about the hardship she endured when her mentally ill husband had to be put in an institution; still he sensed that, somehow, the mutual warmth they felt while corresponding on the web had chilled out. Maybe he had been away too long and couldn’t understand how Italy could have changed so much, how people seemed to have so many needs and so much money to satisfy them, while for him it had been just a fight for survival.
He was not envious, just confused. For the first time, he questioned his choices: what if he had stayed? How would his life have unfolded? Maybe, all his sacrifices and hard work had been for nothing; he could have stayed in Vallico and probably would have made more money with less of heartache. Maybe Giuliana would still be alive. Maybe…who could have imagined that things would have changed so drastically? Things did not change in the old country, at least not when he was a boy, in the days when if your family did not have powerful friends to secure some kind of a future for you by gaining the necessary “raccomandazioni”, you were supposed to join the Communist Party or gravitate around the Church’s Oratorio or better still, frequent both these places so that you could forge your connections to move up in life. In his days, the boys from poor families were always talking about going to Milano or Torino to get a factory job. Marco had never worked in his life, never had to; Cinzia had told him how several of her colleagues refused to accept a promotion that included relocating to an office that was not close to their homes, how many offers for factory jobs went unanswered and how the factories had to recruit immigrants from Eastern Europe or North Africa to fill the vacancies, because young people were not interested in that kind of jobs. He felt disoriented, but above all he felt strangely old, a relic of a forgotten time, a survivor, because the Italy that lived in his memory was as dated and faded as the old yellowish pictures he kept in his family album; yet he could not feel at home in the new reality that he could glimpse from Internet or from Marco and Cinzia’s small talk.
Corrado cautiously peered inside “Carmela’s Trattoria”: it was empty, except for the presence of its namesake, the owner, who was counting her money at the cash register.

“ Is it too late to get some supper?”

“The kitchen is closed, but I can warm up some good minestrone for you and cook some steak, if you want.”

“Don’t bother, the minestrone and some prosciutto and cheese would do. Thank you!”

“Well then, sit over there, and I’ll be ready in a minute. Have a glass of wine.”

Corrado sipped his wine slowly. He had just brought Cinzia and Marco to the airport, for their 8:00 pm return flight. They had hugged him hurriedly, their eyes darting towards the airport’s entrance door, checking their luggage, visibly relieved to leave. She had thanked him for the wonderful hospitality and promised to immediately e-mail him to let him know they had arrived safely. They exchanged promises of correspondence and future visits, but when he finally drove away he felt that those promises sounded hollow.
The week in the Kootenays had not been a success. That summer, the forest fires were ravaging half of the province and the acrid smoke from the burning trees, clouding the air with a bluish haze, sometimes reached the shores of Christina Lake where they had rented a small cottage. The heat was intense, subsiding only at night, yet Cinzia refused to seek relief swimming in the lake, because the water was too frigid.
Christina Lake was so small a place that it couldn’t even be called a village. It was just a cluster of a few homes, motels and stores, but luckily the local restaurant offered a selection of pasta dishes, Cinzia and Marco’s favourite food, and that mitigated their displeasure when they learned that Corrado had forgotten to bring his espresso coffee machine. Their small cottage kitchen was not equipped for that and the little coffee shop at the street corner did not serve espresso, so they grudgingly settled for regular coffee.

“They didn’t even let me smoke in there!” Cinzia complained.

“You can’t smoke in restaurants and public places,” replied Corrado.

“Well, that’s discrimination! And you call this a free country? One can’t even walk on the side of the street that one likes best; like on the Seawall, remember? You told me I had to walk to the left side and then to the right when walking back! People here are obsessed with rules!”

Corrado smiled and did not answer. The old Italian immigrants that he knew would not even dream of criticizing the country that had accepted them, convinced as they were that they had found their Eldorado, but Cinzia was sometimes outspoken in her criticism and was also more strong-headed than her e-mails would reveal. Corrado did not care to argue; he knew that Italians don’t like rules and even for him it had been difficult at first. He thought that the company of his local friends would humour Cinzia and Marco, but instead they became more frustrated as they were being left out of the conversation that was mostly carried out in English. Only one of his friends, who emigrated from Molise as a little boy, could still speak some Italian; the others were second-generation Italians married to Canadian women. However, these people arranged a warm welcome and a series of trips to local points of interest but failed to impress the guests. Actually, Marco got furious because, on a particularly hot day, the air conditioning at the Di Franco’s home where they were invited for lunch had caused him to sneeze; as for Cinzia, she was trying to hide her growing restlessness behind a fixed smile. One warm, languid late afternoon, before driving up to Rossland, where they were expected for dinner at another friend’s home, Corrado wanted to stop at Nancy Green Lake, a secluded body of water on a plateau surrounded by the forest, that offered a small oasis of tranquility; there was nobody there and for a while they sat on tree stumps on the lake’s shore, the forest around them fragrant and enchanting, a pink sunset tinge already suffusing the pale blue sky. Only the chirping of birds and the sound of small waves lapping the shoreline broke the silence.

“It is so peaceful here, isn’t it?” said Corrado. Cinzia and Marco sighed and looked at him sadly:

“Too much silence! There is too much silence here.”

“Well, it’s a forest, not a stadium!”

They mumbled something about all that peacefulness being fine for a couple of days, but not for a week, and from then on they started to talk almost exclusively among themselves, organising their day around their own schedule, leaving Corrado wondering if he was really wanted in the picture. Even when they all got back to Vancouver, Corrado sensed that they just preferred to be alone and just waited for the day he would take them to the airport.

“Here’s your minestrone. Are you sure you don’t want a steak too?”

“No, Signora Carmela, I’m fine. I just drove some friends to the airport, I’m not hungry, but it’s nice to stop here for a bite.”

“Yes, you are a good customer. It was a busy day today, I’m tired. I was just closing down when you came in.”

“I’m sorry that I made you work overtime!”

“Oh, come on! I’m used to hard work. I’ve been in this country for thirty-two years and not a day went by that I didn’t have to work like a beast of burden! When my poor husband died and I was left alone with my little girl, how do you think I could make ends meet? I had to work at two or three jobs, fourteen, fifteen hours a day, even if I was sick. I don’t regret it, anyway; I was fortunate that I could open this place and now it’s going fine, my daughter helps me.”

“You did a good job.”

“I did what I had to do, what we all have to do. We have to work hard to make money, that’s why we came here. Do you want some dessert? I have ice cream and crème caramel. No? As you wish.”

He watched her clean the table; then she handed him the bill and went to sit behind the counter to finish her accounting. He noticed that she had a strong face, a bit like a Greek statue, with a straight nose and dark, intense eyes. There were deep lines on her fiercely unadorned face and dark circles under her eyes. She looked tired, her wavy black hair was streaked with grey and tied up in an unfashionable knot; she was wearing a simple black skirt and a white blouse. Corrado kept looking at her with a sort of faint recognition. She could understand: If I talk to her, she can understand. We came from the same universe. She knows. At least, someone else knows. At least, it’s not just me.
It was that thought that kept him warm when going home.