E’ possibile un amore plurale?
di Cristiana Bullita

Aristotele scrive, tra il 335 e il 322 a.C.:
“Non è possibile amare molte persone nello stesso tempo (giacché l’amore è simile ad un eccesso, e un sentimento di questo genere si rivolge, per sua natura, ad una sola persona)”.
(Etica Nicomachea, VIII libro)

Roland Barthes scrive, nel 1977:
“Nella mia vita, io incontro milioni di corpi; di questi io posso desiderarne delle centinaia; ma, di queste centinaia, io ne amo uno solo. L’altro di cui io sono innamorato mi designa la specialità del mio desiderio.”
(Frammenti di un discorso amoroso, Adorabile, 3)

Se sia concepibile amare contemporaneamente più persone, se sia plausibile un investimento libidico pluri-oggettuale (laddove l’“oggetto” sia considerato “totale”, ossia persona con cui instaurare una relazione psicologica, emotiva ed affettiva) è vexata quaestio, ma c’è una tradizione di pensiero che lo nega decisamente, e in questa sembrano collocarsi Aristotele e Barthes.
Ho sentito spesso dire che è possibile amare più persone alla volta, perché le si ama in modi diversi. Sarebbe bene allora accordarsi su cosa intendiamo con la parola “amore”. I Greci disponevano di almeno due termini distinti per significare distinte disposizioni dell’anima -e del corpo- . Con agape si riferivano a una relazione stabile e impegnata tra due individui affettivamente legati e preoccupati del bene reciproco, ma liberi dalla passione; di carattere generalmente non sessuale era il sentimento di amicizia, definito philia. Con eros invece indicavano l’amore-passione (nella duplice versione di Eros Uranio e Eros Pandemio: nobile il primo, volgare il secondo). Tra i due tipi d’amore si ravvisa talvolta una inconciliabilità assoluta (intesa nel lungo periodo): “Dove amiamo non proviamo desiderio, e dove lo proviamo non possiamo amare” (Freud).
Confusione e incertezza sul tema sono unicamente imputabili alla penuria nominum delle lingue moderne? Forse dovremmo considerare che l’amore non è una cosa e che non se ne può parlare come se lo fosse. Esso altro non è che esperienza soggettiva della psiche; come tale è ineffabile e non offre nessuna garanzia ontologica.
Quindi è arduo tentare di chiarire intersoggetivamente tanto l’esclusività del desiderio amoroso, che Barthes distingue dal mero desiderio sessuale indirizzato a molti altri corpi, quanto la plasticità del sentimento dalle mille sfumature che si riversa nello stesso tempo su più oggetti d’amore. Ciascuno di noi, senza alcuna necessità di verbalizzarlo, sarà condotto dagli eventi e da se stesso ad adottare l’una o l’altra prospettiva. Oppure, si troverà ad abbracciarle entrambe, ma in momenti diversi della vita, perché esse sono, in termini logici, opposte e inconciliabili.
Quando Umberto Eco tratta di somiglianza per complementarità di un elemento rispetto ad un altro si riferisce ad una relazione a calco, come quella tra una serratura e la sua chiave o tra una madrevite e la sua vite. Lui parla di semiotica, io invece penso all’amore. Penso agli androgini platonici, alle due metà divise da un dio vendicativo e condannate all’eterna ricerca dell’unità perduta. Penso a Werther: “La vedrò… […] Tutto, tutto scompare in questa attesa”. E ogni altro, ogni altra.

Cristiana Bullita

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